Amara, a quattr'occhi con una delle più interessanti cantautrici emergenti italiane

Se dovessi descrivere la tua musica a chi ancora non la conosce usando soltanto tre parole quali utilizzeresti?

È una domanda veramente difficile. Io ti direi istinto emozionale, intimità e verità.


Quindi probabilmente queste tre parole riescono anche a descrivere il tuo ultimo album, Pace. Puoi spiegarci perché hai deciso di chiamarlo così e cosa significa per te questa parola?

Diciamo che le mie canzoni nascono sempre da un principio di riflessione. Riflessione di ciò che accade dentro di me e intorno a me. Oggigiorno stiamo vivendo il contrario della pace, però l’idea di voler scrivere questa canzone è nata da un’analisi più profonda, dal desiderio di capire il motivo per cui l’uomo ha esigenza di fare alcune cose. Non l’ho buttata soltanto ai fini sociali e alla voglia avara di avere, di essere, potere. Io la racconto un po’ come guerra interiore, se non con se stessi con il mondo intero, quindi ho cercato di fare un’analisi di ciò che può scattare dentro l’essere umano. Sembra quasi che ci sia come un’insoddisfazione di fondo che diventa quasi frustrante, tanto da trasformarsi in violenza fisica e verbale. È un mondo apparente e quando c’è molta apparenza si manca un po’ di essenza. Ho scelto il titolo Pace per questo motivo, è come se in qualche modo avessi voluto parlare agli esseri umani in cammino come me, è un invito che faccio ad entrare dentro di se e a riprendere contatto con la parte più profonda di ognuno, la vita. Finché penseremo di essere soltanto la nostra testa forse non riusciremo mai ad essere quello che siamo veramente; questa in teoria dovrebbe essere l’alleato più potente ma diventa invece strumento di autodistruzione. Dobbiamo rientrare in contatto con questa particella che portiamo addosso, cioè la vita, dobbiamo ricordarci che veramente è un grande miracolo essere vivi.



Hai deciso di condividere la title track del disco con Paolo Vallesi. Com’è nata questa collaborazione?

Io e Paolo ci siamo incontrati in prima serata, ad una manifestazione di beneficienza a Prato. Credo che tra le persone scattino già normalmente delle alchimie, quando si fa musica ancora di più, c’è un fine comune che è la musica stessa, quindi da lì abbiamo deciso di fare questo percorso insieme.


Un’altra canzone contenuta nel tuo ultimo album è C’è tempo, cover del pezzo di Fossati. Cosa rappresenta per te la sua musica e come mai hai scelto proprio questo pezzo?

Per me ascoltare le canzoni di Fossati è come leggere un bellissimo libro, perché credo che lui faccia un meraviglioso uso della parola. Io lo ascolto tanto perché apre la mia fantasia nello scrivere. Se componi e scomponi la lingua italiana ottieni sempre nuove immagini, nuove formule e Fossati mi insegna ogni volta che lo ascolto che scrivere canzoni è un atto di responsabilità. Ho scelto C’è tempo perché è stato un brano importante in un momento particolare della mia vita e volevo metterlo nel disco.


Com’è nata la collaborazione con Simona Molinari?

Simona è un’artista molto matura ed è una delle cantanti italiane che gira nel mondo. C’è tanta stima personale e artistica e in più siamo amiche e sorelle in musica, abbiamo la stessa etichetta. Ci conosciamo da quando per lei era la prima volta e per me non era ancora successo niente, quindi abbiamo avuto la possibilità di fare qualcosa per la musica insieme. Le ho chiesto di farmi questo regalo e per me è stato un dono bellissimo, credo che la sua presenza in questo disco dia una bella sfumatura d’eccellenza.


Un altro sole è una canzone che avevi inizialmente donato a Loredana Errore, ma hai deciso di inserirla anche nel tuo disco interpretata da te. Hai preso questa decisione perché in qualche modo fra autore e pezzo si crea una sorta di legame indissolubile o ci sono altre ragioni?

La cosa bella del mio vivere la musica è che non faccio una dualità: io scrivo le canzoni per me. Il rapporto che ho con la mia parte creativa nasce dall’esigenza di cantare, di parlare con me stessa, quindi non mi è mai successo di scrivere pensando ad un altro artista. Loredana stava lavorando al suo nuovo disco e mi sono stati chiesti dei brani. Orientandomi rispetto alla sua dimensione musicale le ho fatto ascoltare delle canzoni che erano già scritte e già cantate. Le canzoni sono le mie fotografie, mi ricordo esattamente la casa, il posto dove stavo quando le ho scritte, perché ho scritto quelle cose, i sentimenti che provavo, quindi è normale che con alcune si abbia un legame particolare. Proprio da questa canzone è nato il percorso che si è chiamato prima Donna Libera e poi Pace. Ho scritto il pezzo in un momento in cui mi sono sentita inutile nella mia vita, volevo cercare il sole per far tornare luce sul mio sorriso e su di me. Per questo l’ho inserita, quella canzone mi ha aiutato molto a capire cosa mi stesse succedendo in quel momento.


Nei tuoi dischi ritornano molto alcuni concetti: pace, fratellanza, libertà. Questi temi vengono fuori automaticamente o c’è una sorta di disegno che ti porta a parlarne?

Il disegno di cui parli tu io lo chiamo il disegno della mia vita. In qualche modo tutti viviamo la stessa condizione sociale, tutti ci formalizziamo secondo un’immagine che purtroppo la società ci richiede. Più cammino nella vita e più riesco a togliermi di dosso tutte le sovrastrutture che in passato ho dovuto mettere e quindi quando parlo di vita parlo di come adesso riesco a respirarla. Quando parlo di libertà parlo di quella libertà che io sono riuscita a conquistare dentro di me, quindi il mio approccio a questi concetti è la voglia e la decisione di non vivere una vita indottrinata ma di scriverla autonomamente, di cercare il vero in ogni cosa che tocco, vedo, sento, conosco. Non voglio sapere le cose perché le ho lette o perché me le hanno riferite, a me interessa capire e sentire quello che poi diventa la mia verità.



Ci puoi raccontare com’è nata Che sia benedetta, la canzone che hai scritto per Fiorella Mannoia e che ha avuto così tanto successo dopo Sanremo 2017?

Ho scritto questa canzone basandomi su quello che ti ho raccontato fino ad ora, io mi sento in ricerca continua e quella canzone è nata proprio dal desiderio di voler benedire la mia vita. Io ho una grande maestra: la natura. Il mio sento cerca di farmi vedere quella che è la realtà dietro ogni cosa, dietro tutte le imperfezioni che i miei occhi vedono. La cognizione della vita che avevo prima di arrivare ad una certa consapevolezza era quella che io adesso chiamo “irrealtà”. La natura mi racconta che esiste una perfezione nella particella divina. Osservando un albero che prima di fare un frutto aspetta la stagione o una madre che per nove mesi matura un frutto dentro di se, si nota una perfezione di base, una coscienza cosmica. Quindi di per se la vita è perfetta, tutto quello che non capivo in verità è il fatto che viene manomessa dall’uomo in qualche modo.


Un’ultima domanda, il tuo album si conclude con una filastrocca recitata da un bambino. Ci spieghi il motivo di questa scelta?

Ho scritto il testo di Filastrocca d’amore una notte e col tempo ho sentito che non voleva essere musicata; tuttavia ho deciso di metterla comunque nel disco perché credo che sia una sorta di manuale d’amore, un manuale per il cuore. I bambini sono anche loro dei grandi maestri, ho pensato che un messaggio del genere con la voce e l’anima pura di un bambino forse sarebbe potuto arrivare più forte. Nel mio percorso ho imparato a non perdere mai il mio bambino interiore perché mi aiuta a vivere e a fare musica pensando di lavorare con la magia. I musicisti lavorano con delle frequenze, quando arriva un concetto, un’immagine da raccontare non si sa da dove arrivi effettivamente. Se non si ha la fantasia del bambino non si può lavorare con l’invisibile.

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