• Antonio Zaccone

Balla e brucia ballando: la ballroom scene in Paris is burning di Jennie Livingston

New York, 1987: le ballroom non sono un posto per chiunque, ma tutti possono farne parte. Tutti, a costo che tu sia disposto a competere per avere un posto fuori dal mondo che ti rifiuta, per entrare in un altro che è comunque pronto a divorarti. Paris is burning di Jennie Livingston testimonia proprio questo. Sei gay? Sei nero? Sei trans? Per noi va bene, ma sii pronto a sfilare. Jennie Livingston esordisce nel 1990 col suo noto documentario sulla ballroom scene newyorchese, intervistando alcune delle personalità che hanno fatto grande la cultura queer statunitense. D’altro canto, si parla, secondo alcuni, della fine dell’epoca d’oro della drag ball scene della Grande Mela, ma rimane lo stesso un’acuta riflessione sui temi di razza, classe, genere e sessualità nell’America che si affaccia gli anni ’90.



Jennie Livingston mostra come quelle categorie sociali universalmente ghettizzate abbiano trovato una loro appartenenza lì dove l’uomo bianco eterosessuale non ha voce, se non come categoria all’interno della ballroom, se è il caso, perché tutti sono inclusi. Non sarebbe sbagliato parlare di ‘branco’ in termini di competizione tra le diverse categorie, ma loro - i queer, gli eccentrici della società - preferiscono usare la parola house. Una casa sfida un’alta casa ottenendo premi e riconoscimenti attraverso la selezione di categorie presentate all’interno della ballroom, nella quale, agli esordi, si sfilava soltanto. La leggenda narra che Paris Dupree, all’uscita da un nightclub chiamato Footsteps, abbia sfidato alcuni gay di colore assumendo pose da modello come nella rivista Vogue e ritmando gestualità e atteggiamenti da passerella in base alla musica su cui agiva; fu così che nella ballroom nacque il voguing, altra peculiare forma di danza portata al grande pubblico grazie a Madonna e alla canzone Vogue che, in qualche modo, funse da acceleratore di una tendenza divenuta arte.

Quando entri in una ballroom, sai di essere giusto al 100%. Jennie Livingston racconta della concessione e della realizzazione di una fantasia, di ciò che i partecipanti vorrebbero essere nella realtà. Non fa riserve sulla non poco frequente amoralità che interessa i partecipanti, spesso dediti a furti pur di mostrarsi opulenti mentre sfilano e disposti a morir di fame per essere magri, emulando una bellezza da moda invidiata e osannata. Bring it to the runway: porta in passerella tutto ciò che riesci ad essere, unendo bellezza, eleganza, gestualità e arroganza.



Il documentario è nostalgico quando si sofferma sulle testimonianze delle drag queen che hanno fatto la storia LGBTQIA+ americana, come Dorian Corey, che, da mother che si rispetti, apostrofa i giovani degli anni ’80, gli ultimi di una decade che sfuma verso mode nuove e mescolanze di stili accattivanti, frutti di classi sociali che parlano afroamericano e latino. Non potrebbe essere diversamente, in fondo: parliamo di ragazzi rifiutati dalla propria famiglia biologica, che scappano da chi non li riconosce nella loro totalità espressiva e caratteriale e trovano dunque rifugio in una famiglia che, così, viene scelta e nella quale vige una rigida gerarchia. In una house ci sono una mother e un father il cui genere non necessariamente corrisponde al sesso biologico; un ragazzo viene accolto e istruito all’esibizione, quasi come si trovasse a gareggiare per sopravvivere in un mondo che pretende da lui prontezza e forza. Ma dietro la resistenza a una coercizione sociale c’è tutto il dramma di famiglie che odiano, la disperazione di non appartenere a nessun luogo o identità socialmente prestabilita, il tentativo di un riscatto quotidiano, lì dove la realtà non promette altro che rifiuto, una trita cantilena per gay, neri, latinoamericani, transessuali, drag queen che ben riecheggia nelle gestualità dei partecipanti, i quali, allora, mostrano una loro realtà, una parodia dei ruoli e dei generi che nella ballroom è esaltata.



Nel documentario c’è un velato senso di malinconia che i personaggi della New York queer

trasmettono attraverso desideri espressi con parole e espressioni sognanti, mantenendo come metro di paragone la sicurezza dei modelli e delle modelle delle riviste di moda e la ‘ricchezza dei bianchi’ invidiata fino allo struggimento, ma rimane una scena, in particolare, che suscita commozione lungo gli ottanta minuti di ripresa. A un certo punto, due ragazzini compaiono davanti alla telecamera, conferendo al film la dolcezza peculiare delle loro risate che, dagli anni ’80, raggiungono lo spettatore moderno, che si chiede: che fine avranno fatto? They wanna be with their kind, dice uno dei due riferendosi ai queer, mentre l’altro conclude: So this is New York City and this is what the gay life is about, right?

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