Celeste Gaia: "Il pop è un linguaggio universale" (Intervista)

Rieccoci con la rubrica cantautrici.

In questa puntata facciamo quattro chiacchiere con Celeste Gaia, artista che si distingue per uno stile fresco, pop, ma estremamente originale, che in molti ricordano attraverso Carlo, uno dei principali tormentoni sanremesi del 2012.

Oggi Celeste è ritornata dopo una lunga pausa dalla musica, e sta lavorando sul suo secondo album.


Nelle interviste di questa serie chiediamo ad ogni cantautrice di scegliere una delle proprie canzoni da inserire nella playlist del progetto (potete seguirla a questo link).


Buona lettura!


Il tuo primo album, Millimetro, che ho apprezzato moltissimo e di cui conservo con piacere una copia, è caratterizzato da una scrittura semplice ma diretta e spesso molto giocosa. A cosa ti eri ispirata per comporlo?


Ti ringrazio, sono contenta che tu l’abbia apprezzato. L’ispirazione principale era tutto quello che provavo in quegli anni. Nella scrittura ero abbastanza impulsiva, era importante per me potermi esprimere liberamente. C’è stato poi un lavoro intenso dal punto di vista della produzione (con Roberto Vernetti e Cristian Milani) per trovare la dimensione giusta per il mio tipo di scrittura, che molte volte faceva riferimento ad artiste come Feist e Lily Allen.

Una delle mie canzoni preferite di quell’album è “Io devo diventare una persona normale”. Lo sei diventata in questi anni? Spero di no!

Purtroppo no, ma ci provo costantemente. Credo che a quell’età (e ancora oggi) per me normalità facesse rima con “equilibrio”, una cosa difficilissima da trovare.

La tua canzone più famosa, Carlo, è diventata una sorta di tormentone sanremese nel 2012. Quali caratteristiche del brano credi che abbiano creato quell’effetto?

Penso fosse un insieme di cose, legate alla sonorità e al significato. Ad alcuni non era chiarissimo al primo ascolto (dire “vorrei ti chiamassi Carlo” ad uno sconosciuto per me era come dire “vorrei già conoscerti, sapere chi sei, sapere già il tuo nome”) e quindi poteva incuriosire.


Da quegli anni la situazione musicale italiana è molto cambiata e oggi i cantanti fanno a gara per raggiungere l’effetto tormentone, soprattutto in estate, anche ricercando arrangiamenti più vicini alla musica internazionale. Come sarebbe oggi il tormentone di Celeste Gaia?

Sarebbe sempre e comunque vero. Alla costruzione preferisco la verità. Quindi parlerebbe di situazioni/emozioni reali - almeno nella mia testa!

Dopo l’uscita e la relativa promozione di Millimetro ti sei presa una lunga pausa dalla tua carriera. Cosa è successo in questo gap? Hai continuato a scrivere oppure hai completamente abbandonato il mondo musicale per un po’?

Sono capitate molte cose e riassumere questi anni non è semplice. L’anno dopo Sanremo, prima di andare in studio per iniziare le registrazioni del secondo disco mi sono laureata e il giorno stesso abbiamo scoperto dalle analisi che mio papà aveva un cancro polmonare ormai al quarto stadio. È mancato nel giro di tre mesi. Ho preferito stare vicino alla mia famiglia e forse per me non era il momento di espormi. Non ho mai smesso di scrivere, anzi, solo che non era facile riprendere i contatti con il mondo della musica che è abbastanza spietato. Nel mentre ho fatto molti lavori con agenzie creative e start-up, esperienze importanti che mi hanno dato modo di crescere sia livello umano che artistico. Sei ritornata nel 2019 con Io mi sento a disagio, un bellissimo singolo pop, che sembra quasi il bozzetto di un brano dance. Credi che questo stile potrebbe rappresentare l’evoluzione del tuo percorso musicale?

Sono fedele al pop, credo sia un linguaggio universale. Nei brani successivi, che fanno parte di un progetto più ampio, ci sono sia influenze elettroniche che acustiche. Quando scrivo solitamente ho già una dimensione sonora in testa ed è sempre la canzone a dare la direzione e mai il contrario.


Che progetti hai per il futuro? Il singolo entrerà a far parte di un album? Hai altri pezzi pronti?

#IMSAD in realtà è stato solo un piccolo passo per riprendere, dopo ho scritto moltissime altre canzoni. Ti dirò una cosa controcorrente, per me nei mesi prima del Covid è stato importante fare una ricerca dal punto di vista della produzione e trovare qualcuno che non ragionasse solo in base alla moda del momento. Avevo bisogno di trovare qualcuno che si connettesse prima di tutto con il mio modo di scrivere, un approccio forse un po’ vintage che parte dalla scrittura nuda come cardine del sound e non viceversa. Un dimensione che, nonostante l’alta concentrazione di produttori, era difficile trovare a Milano.

All’interno di questa serie di interviste chiediamo a tutte le cantautrici coinvolte quale canzone del proprio repertorio, anche se poco conosciuta, sentono più vicina o preferiscono. Questo brano in particolare entrerà nella playlist Spotify del progetto, insieme a quelli delle altre autrici. Qual è la tua scelta?

È difficile rispondere, le sento tutte ugualmente vicine. Provo a dirti “Ironia fotografia”, è stato uno di quei brani che “si scrive da solo in cinque minuti”.

Il tuo percorso musicale inizia a Sanremo Giovani 2012, edizione in cui i talenti femminili in gara si sprecavano: oltre te c’erano anche Erica Mou, Giordana Angi e Giulia Anania. Ultimamente, invece, si è vista una sempre maggiore diminuzione delle donne nelle lineup dei festival italiani, fino ad una quasi scomparsa in una delle ultime edizioni del Primo Maggio di Roma. Cosa ne pensi di questo fenomeno? Come influisce l’essere donna sulla possibilità di fare musica in Italia?

Influisce tanto. Mentirei se dicessi il contrario. Chi minimizza, dicendo che succede in ogni ambiente, probabilmente non è entrato in contatto con dinamiche di questo tipo da vicino. Indagare il perché questo avvenga è difficile, di sicuro ci sono più fattori sopratutto legati a meccanismi che hanno poco a che fare con la musica in sé, ma rispondono a logiche di guadagno e risposta del pubblico in certi casi.

La figura del cantautore è, per ovvie ragioni, strettamente connessa al racconto del proprio punto di vista sul mondo. Credi che sia questo l’elemento a fare la differenza per il pubblico? Il fatto che accettare il punto di vista di una donna possa essere più difficile a causa del nostro retaggio culturale come popolo?

Credo influiscano principalmente i pregiudizi e i preconcetti. È sempre difficile proporre qualcosa di personale, proprio per paura di finire in determinate “categorie”: come se l’arte fosse divisa in scaffali e ognuno dovesse trovare il suo posto per essere posizionato. Se si uscisse da questi schemi forse anche il pubblico abbraccerebbe di più il cantautorato femminile senza metterlo sempre a confronto con quello maschile.

A volte infatti il “cantautorato femminile” viene definito quasi come un genere a sé. Non sono d’accordo con questa definizione, perché sembra presupporre che la visione di una donna sia meno “universale” di quella maschile, ma se dovessi indicare delle cantautrici che sono state per te un punto di riferimento, quali sceglieresti?

Da sempre Carmen Consoli e fuori dall’Italia penso a Maggie Rogers, che per me incarna esattamente la mia visione della musica connessa con la vita reale.

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