• Antonio Zaccone

Cercami: sulle tracce di Oliver e del tempo sprecato. Il secondo capitolo di Chiamami col tuo nome


Quella pesca era stata staccata da un ramo del giardino della villa in Riviera, era stata nascosta in soffitta e aveva atteso che fosse riempita del seme di un diciassettenne cauto e paziente. Era arrivato Oliver, aveva partecipato al rito e aveva proposto a Elio azioni più oscene.

C’erano una volta un succo di albicocca e un uovo alla coque che un dottorando americano non era in grado di sgusciare; Elio fece la sua prima mossa insegnando all’americano biondo e colto usanze di un’Italia assolata, in quelle settimane sprecate a spiarsi e a non agire.

André Aciman ha raccontato che la bellezza esiste anche nel non detto, ma ancora di più nel non fatto: l’inazione e l’osservazione prolungata di gesti casalinghi, di libri sfogliati, della pelle sudata durante una partita di pallavolo avevano riassunto la voglia e l’adorazione reciproca di due amanti spioni, che si sognavano alla distanza di una porta tra due stanze. Fuori da esse, i sospiri nel tempo che passava sono stati l’inevitabile poesia di un amore nato alla fine. Ma questo era Chiamami col tuo nome. Cercami, il seguito, è valido per quel dieci per cento che è la sua conclusione, ossia il ricongiungimento tra Elio e Oliver in quella stessa villa che raccoglie le note di un affetto sopravvissuto a vent’anni di silenzi, e sarebbe potuto bastare solo questo. Un finale che si sarebbe potuto intuire fin dal titolo del libro, innocuo spoiler che non scalfirà l’attaccamento dei tanti lettori a un libro che ha reinventato l’amore nella chiave dell’attesa e del nutrimento della stessa.


Cercami è un romanzo tripartito nella narrazione in prima persona di Samuel, Elio e Oliver. Il primo, il padre di Elio, vive l’inaspettato incontro con Miranda, irrequieta fotografa conosciuta nella carrozza di un treno che da Firenze è diretto a Roma. Miranda è incapace di tenersi un ragazzo, conquista con facilità chiunque, se è il caso, ma non è in grado o non ha intenzione di affezionarvisi. L’incontro in treno con Samuel gioca uno scherzo al suo ego, che precipita verso la coltivazione di un affetto a un uomo ben più grande di lei. Visitano luoghi molto noti di Roma, in un sentimento reciproco che va oltre la differenza (notevole) di età. Tra oscenità sussurrate in camera da letto e nelle vie della città, i rapporti sessuali sono costruiti sull’arrendevolezza di Samuel e la caparbietà di Miranda, una donna che, in ossequio al suo nome, è degna di ammirazione: giovane, dinamica nelle aspirazioni, tra le quali la decisione di fare un figlio con un uomo che, sì, potrebbe essere suo padre, ma non importa. Aciman racconta che questi perfetti borghesi un po’ figli di papà giocano spesso a infrangere le regole che hanno incanalato le loro vite in un perfetto percorso di crescita, studi e lavoro. Qualcosa, dunque, interrompe questa prevedibilità. Samuel era diretto a Roma per presiedere a una conferenza e rivedere suo figlio, quando, d’un tratto, una perfetta sconosciuta irrompe nella sua carrozza, agita la sua rassegnazione agli anni che verranno e quasi gli impone di reinventarli. Una scelta, infine, condivisa.



A Parigi, invece, ecco Elio, che percorre i medesimi passi del padre, ma vestendo altri panni. Michel è un uomo più grande, conosciuto a un concerto; con lui, dà inizio a una storia pacifica e sofferta, sullo sfondo di una musica che è il contrassegno di Elio, adesso un eccelso insegnante di pianoforte, nonché pianista, la cui dote aveva già affascinato Oliver, e di un passato che Michel cerca di ricostruire con l’aiuto del suo novello fidanzato. Ma è un idillio destinato a cedere all’istinto cui Elio non può sottrarsi: tornare a Oliver.

E Oliver, a New York, comincia a capire, ormai pienamente maturo, che qualcosa non va. Moglie e figli, una carriera consolidata, ma senza Elio, del quale ricorda tutto, e pure noi. E qui, sorge il dilemma che continuerà a dividere i sostenitori e i detrattori di Aciman. Elio e Oliver si cercano e alla fine si trovano, nella stessa casa che vive un’altra spietata giovinezza, quella del figlio di Miranda e Samuel. Elio e Oliver, finalmente riunitisi, giocano a ripescare dalla memoria gli eventi che hanno reso il loro amore un’eccezione, perché nato nell’indifferenza. Sì, ma solo iniziale. Il resto è storia e sappiamo come è andata a finire, tra una pesca, del succo di albicocca, filologia e tanta musica.


Sebbene quel dieci per cento che è la fine di Cercami riesca ancora ad incantare chi non ha dimenticato Elio e Oliver, tuttavia non garantisce l’eccezionalità del primo capitolo. Perché rendere domestico un amore così inusuale? Costringerlo ai vincoli della quotidianità quando il suo senso originario era non dire e non agire, e dire e agire all’ultimo, quando l’ultima parola diventava il mezzo per dichiararsi eternità, a dispetto del tempo che è destinato a volare e a cancellare. L’unica spiegazione è che Aciman abbia voluto chiudere il cerchio di quel meraviglioso discorso del padre di Elio al figlio, a conclusione del primo libro: tornare sulle tracce degli amori originari, i più forti e i destinati ad andarsene, perché facenti parte di un copione che deve vivere di nostalgia, senza alcuna spiegazione, e cercarli, infine, ritrovandoli. Altrimenti si va in bancarotta a trent’anni.

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