Chromatica di Lady Gaga: un album di cui sarebbe meglio non parlare


Non dovrebbe esserci bisogno di annunciarlo: Chromatica, il nuovo album di Lady Gaga, è arrivato lo scorso 29 Maggio, nel clamore generale. Quanti tra gli utenti dei social non sono incappati nell’hashtag del disco tra le tendenze almeno una volta negli ultimi mesi? Sicuramente pochi: tra anticipazioni, leak, delay dell’uscita a causa del COVID-19 e dichiarazioni enigmatiche della Germanotta, si è parlato tantissimo del progetto #LG6, che finalmente possiamo ascoltare nella sua interezza.


In Chromatica, Lady Gaga cambia nuovamente volto, svestendo i panni più sobri portati dal 2016, quando uscì l’album di ispirazione country Joanne. Infatti, nonostante quest’operazione di rebranding si sia rivelata essenziale dopo il flop di Artpop, la cantautrice è oggi decisa a tornare al genere che ha reso famosa la sua musica, la dance, per riprendersi quello spotlight nel pop mainstream conquistato con tanta fatica. “This is my dancefloor | I fought for”: questi versi del testo di Free Woman diventano, quindi, il motto di un album che suona a tratti come una rivendicazione di identità.

Dal cappello rosa di Joanne passiamo ad un’estetica che pesca a piene mani dal trash televisivo anni ’90, dando vita ad un mondo grafico ed estetico ipermoderno, nonostante la componente vintage. Allo stesso modo, lo schema musicale proposto dall’artista si rimodella, tornando a ricalcare il caleidoscopio dance esplorato nei primi anni 2010 e adesso arricchito dalle esperienze di songwriting più intimo. È per questo che la struttura dei pezzi che compongono Chromatica sembra più solida che mai. La plasticità che caratterizzava alcune delle tracce secondarie di album come The Fame Monster e Artpop è ormai decisamente superata, lasciando spazio a melodie direttissime quanto elaborate, che risplendono grazie alla produzione di Bloodpop, andando a piazzare quest’album tra i migliori mai prodotti da Gaga accanto a Born This Way.



Dopo aver ascoltato Stupid Love le aspettative di molti nei confronti del progetto sembravano, in realtà, decisamente calate: l’estetica scelta e il concept risultavano, a lungo andare, più forti del contenuto stesso. È stata l’uscita del secondo singolo, Rain On Me, a convincere i più. Il brano, che presenta il featuring di Ariana Grande (largamente anticipato dai leak), sta spopolando in tutto il mondo e ha regalato a Lady Gaga la sua prima #1 nella Billboard Chart in questo decennio. Il pezzo ci riporta dritti ai primi, grandi successi pop dell’artista, sia per impatto che per orecchiabilità, senza sacrificare una stratificazione più profonda, grazie ad un testo che usa efficacemente la metafora della pioggia per raccontare la sofferenza affrontata da Gaga durante questi anni. È così che viene fuori il nucleo tematico più importante del disco: l’emancipazione dal dolore. Tra la fibromialgia, la situazione discografica incerta e i problemi di depressione, Miss Germanotta non vuole tornare sul dancefloor soltanto per ricordarci che può spiazzare come nessun’altra popstar sulla scena mondiale, ma anche per raccontarci come ballare insieme possa aiutarci ad esorcizzare il dolore.

È forse anche per questo che i featuring sono i punti forti dell’album: dal duetto con le Blackpink alla collaborazione con un mostro sacro come Elton John, che consacra definitivamente l’ingresso di Lady Gaga nell’olimpo delle leggende del pop. Proprio questo duetto, Sine From Above, risulta essere il miglior pezzo di Chromatica, forte di un crescendo enfatico che miscela riverberi dance ad una determinante componente vocale. Il finale del brano, in cui la strumentazione decompone la struttura dance, lo rende anche il momento meno consueto dell’ascolto, suggerendo quanto Gaga potrebbe portare avanti la sua musica calcando la mano sulla componente di sperimentazione che si affaccia qua e là nei suoi album (Stefani, ascolta i tuoi fan e porta Sophie nel tuo prossimo progetto!).

Nonostante il resto del disco viaggi su binari più prevedibili e sia uniformato da una produzione quantomai omogenea, il carnet di uptempo proposte da Gaga riesce a tenere altissima l’attenzione, grazie a brani come 911, il punto più vicino a The Fame Monster toccato in anni, e Free Woman, pezzo house empowering che sembra crescere ad ogni ascolto. Impossibile restare freddi anche rispetto ad Alice, Enigma e Fun Tonight, perfetti singoli dance, o, ancora, a Babylon, traccia pensata per il vogueing che omaggia Madonna senza perdere in personalità. I punti deboli del progetto sono pochi e comunque godibili: 1000 Doves entra subito in testa, anche se ricorda troppo da vicino i brani più generici degli ultimi Eurovision Song Contest, mentre Plastic Doll, per quanto godibile, sembra non decollare mai melodicamente, come vorrebbe invece suggerire l’arrangiamento.

La fruizione dell'album è migliorata dall’ottima idea di smorzare i ritmi serrati con tre interlude, Chromatica I, II e III, interamente basate sugli archi. Questi momenti ricordano all’ascoltatore l’intenzione fantasy della cantautrice, che, fra una “bop” e l’altra, racconta un mondo immaginario che non vuole essere né un’utopia né una distopia, ma una realtà parallela in cui ogni cosa ha la stessa dignità dell’altra.



Chromatica è un album che non abbassa mai la guardia, un concentrato di uptempo irresistibili e impeccabilmente prodotte che puntano alle radio e al dancefloor. È per questo che, in fondo, parlare di un disco del genere risulta superfluo: il suo scopo è quello di farci ballare, scrollandoci di dosso la sofferenza con una scarica di energia e ricordando che dentro di noi si può sempre trovare una forza che riporta alla gioia.

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