Debris di Keeley Forsyth: l'oscuro diario di una rinascita


Cosa spinge un artista a pubblicare un disco? La risposta a questa domanda, oggi, è spesso triste: la necessità di restare rilevanti, di ricordare al pubblico della propria esistenza. Si sprecano i dischi che arrivano sugli scaffali senza una vera e propria intenzione comunicativa dietro. Ascoltare Debris di Keeley Forsyth in questo panorama è una boccata d’aria fresca, sebbene si tratti di uno dei dischi più cupi che siano usciti in questo 2020. L’artista inglese ha quarant’anni e non è principalmente una cantautrice. Il pubblico, infatti, la conosce per aver recitato ruoli drammatici (prositute, tossicodipendenti, etc.) in diverse produzioni televisive come Peak Practice, Where the Heart Is, Casualty, Heartbeat e Criminal Justice. Ironia della sorte, lei stessa si è trovata di recente ad attraversare un periodo buio di forte depressione, durante il quale l’unica ancora di salvezza è stata scrivere musica.

Così, senza una casa discografica dietro e senza aver mai pubblicato un album prima, la Forsyth ha dato vita in maniera completamente autonoma ad un’opera complessa, un disco nato unicamente come necessità personale, dalla voglia di esorcizzare l’oscurità interiore attraverso il suono e la parola. Una volta completata la composizione dei brani, l’artista li ha spediti a Matthew Bourne, musicista inglese che, stregato dalla sua personalità artistica, ha finito per produrre l'intero album.



Durante l’ascolto è impossibile non collegare immediatamente Debris (letteralmente, macerie) alle nenie funebri di Nico, in particolare quelle del disco Desertshore, picco della sua discografia. L’influenza della sacerdotessa delle tenebre è presente in tutte le tracce, ma la proposta musicale della cantautrice è ben lontana dall’essere la copia carbone di altri stili. Nonostante le similitudini che accomunano la carriera delle due (entrambe nascono come attrici e solo in un secondo momento si spostano sulla musica), l’interpretazione teatrale della Forsyth imprime un marchio di fabbrica del tutto personale sulle sue oscure ballate, che presentano, oltretutto, melodie particolarmente elaborate, diverse dalle grezze (quanto meravigliose) invocazioni nere di Nico, e si lasciano in qualche momento attraversare da vibrazioni elettroniche e blueseggianti, che contribuiscono a dipingere un complicato quadro di intima sofferenza.

Debris, quindi, è fondamentalmente un percorso musicale di autoanalisi, lento ma incessante, costellato di arrangiamenti oscuri ma alla costante ricerca di una via verso la luce. Attraversando il folk decadente di It’s raining, le atmosfere crepuscolari di Large Oak e l’apocalittico organo di Butterfly, la cantautrice riesce finalmente in questo intento in Start Again (ricominciare, appunto), la cui strumentazione si arricchisce di elementi, diventando più luminosa.



Debris è un album completamente onesto, un diario di sofferenza personale, non pensato immediatamente per essere condiviso, che risveglia un macabro voyeurismo nell’ascoltatore, così come una profonda immedesimazione.

Speriamo che questo esperimento non rimanga un’esperienza unica nella carriera dell'artista britannica, che intanto può fregiarsi di aver pubblicato uno dei migliori album di quest’anno.

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