Dolche: "la mia musica non può fingere" (intervista)

Eccoci con la seconda puntata della rubrica cantautrici.

Questa volta abbiamo fatto quattro chiacchiere con Dolche, artista dalla penna eclettica precedentemente nota al pubblico come Naïf Hérin.

Il suo nuovo progetto, Exotic Diorama, uscirà il prossimo autunno ma potete già ascoltare online diversi singoli, come Big Man e Criminal Love.


Nelle interviste di questa serie chiediamo ad ogni cantautrice di scegliere una delle proprie canzoni, che confluirà nella playlist del progetto (potete seguirla a questo link).


Buona lettura!


“Exotic Diorama” uscirà in autunno, ma è stato anticipato da singoli come “Psycho Killer” e “Big Man”. Ci sono più generi musicali coinvolti nel progetto, ma se dovessi descriverlo in poche parole, come lo definiresti?

La scelta del titolo non è casuale. I “diorami” sono degli universi ricostruiti all’interno di piccoli spazi: quello che ho fatto nel disco è questo, creare un mondo principalmente esotico, un po’ strano, con correnti che arrivano da posti diversi e vengono inserite nello stesso luogo. Ci sono molti generi musicali (canzone italiana, canzone francese, qualche profumo d’Oriente, qualche sonorità del Nord Europa, una serie di cose che rappresentano il mio universo), ma è anche vero che ormai tutta la nostra cultura è mischiata: abbiamo internet, abbiamo Instagram. Ho cercato di essere il più vicino possibile a quello che sono io in questo momento della mia vita. Il progetto Naïf ha rappresentato un periodo della mia vita molto lungo, caratterizzato dalla condivisione con i miei musicisti dell’epoca, è nato quando avevo 20 anni, si è costruito strada facendo. La Christine di adesso era un po’ diversa, e il progetto “Dolche”, insieme all’album che verrà, sono praticamente la fotocopia di me stessa.


Il singolo “Big Man” affronta la tematica della diversità ed è accompagnato da un video che, attraverso il deep-fake, mischia i volti dei passanti delle strade di New York. Perché hai sentito la necessità di affrontare questo argomento, e com'è nata l'idea del video?

Ho scritto la canzone insieme a mia moglie, quasi un anno e mezzo fa. È nata dall’esigenza di descrivere il nostro tempo, e un po’ quello che stava succedendo in Italia con la tendenza a vedere i migranti come fossero l’unico problema degli italiani. Alcune discriminazioni non possono continuare a lungo, e prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. L’esigenza era anche quella di avvicinare la musica ai diritti umani, che sento particolarmente affine facendo parte di una minoranza: tanto per cominciare sono donna, rientro in un’altra minoranza in quanto musicista, vengo da un piccolo villaggio di montagna dove parlavo una lingua che conoscono in pochissimi (il patois), sono omosessuale. Fare parte di queste minoranze mi ha avvicinata alle persone “diverse”, mi ha fatto trovare nella diversità una chiave di lettura interessante, nutriente. Il regista ha compreso l’importanza del brano e ha proposto di utilizzare il deep-fake, che avrebbe dato al video-clip questo connotato quasi futuristico attraverso un “contagio cittadino” delle diversità.



C’è una tua canzone a cui sei particolarmente affezionata?

Ce n’è una ancora inedita, che probabilmente uscirà due o tre settimane prima del disco: si intitola “Sunday Mood”. Sono molto legata a questa canzone, capita spesso che mi parta il giro di chitarra in automatico. In questi giorni sto lavorando al video, con un altro regista americano molto talentuoso, e sono molto soddisfatta.


Sei una polistrumentista e affronti da sempre diversi generi musicali. In questa tua esistenza musicale “camaleontica”, hai comunque delle preferenze?

Preferenze devo dire di non averne: è come parlare, confidarsi, con delle persone che ti piacciono. Per me, il pianoforte ha un valore più intimo, un ascolto più serafico; la chitarra è un amico, un compagno di viaggio che mi aiuta nel rappresentare le sensazioni più complicate; il basso elettrico è un amore viscerale che è arrivato quando avevo diciotto o diciannove anni, provo quasi un amore sessuale nei suoi confronti. Ogni strumento ha la risposta a una serie di domande. Non c’è un genere che preferisco, sicuramente ci sono dei generi, come dance e trap, che non fanno parte di me per come vivo, per quello che faccio. Spesso dividere la musica per generi serve ai vari contenitori, come Spotify, i negozi di musica. La definizione di “genere” è d’obbligo per catalogare, per mettere in ordine. Oggi come oggi nella musica c’è un mix incredibile e c’è bisogno di dare valore alla non necessaria esistenza dei settori, delle divisioni. Basta pensare a David Bowie, ai generi e agli strumenti che ha collegato.


Lavori, da anni, tra Roma e New York: tra i due Paesi, che differenza vedi nel modo in cui l’industria musicale si rivolge alle artiste di sesso femminile?

Sicuramente le donne nella musica fanno fatica, sia in Italia sia negli Stati Uniti. Seguo molte associazioni “di genere” che aiutano e sostengono le donne nella musica. Non è semplice perché è un mestiere duro, che ti porta a stare lontano dagli affetti per buona parte della tua vita o a dover trovare un modo per poterli portare con te, e tra l’altro è un mestiere molto maschile. In Italia ci sono molte musiciste, ma a differenza degli Stati Uniti, dove c’è una grande varietà di musica quanto di pubblico, in Italia c’è una tendenza ad interessarsi solo di alcuni generi che “vanno di moda”. Purtroppo, quando questo succede le donne rimangono messe da parte: basta guardare le classifiche italiane. Il pubblico italiano si lascia plasmare con più facilità, cosa che non succede con il pubblico americano.


Hai lavorato sia da sola che al fianco di altre donne, come Arisa, che hai accompagnato in tour, e Paola Turci. Preferisci collaborare, o sei più un “lupo solitario” quando si tratta di musica?

Come persona sono più vicina al lupo solitario. Nella musica adoro la collaborazione, che trovo essere elettrica. Mi piace il confronto, stare di fronte a una canzone e stimare l’altro musicista, l’altro artista. Mi piace lottare per trovare un punto di incontro tra idee musicali, e mi piace bisticciare su un passaggio armonico o un’esecuzione, proporre, ricevere proposte. Nella vita sono forse meno collaborativa: l’essere nata e cresciuta in una piccola regione ha caratterizzato questa mia tendenza (che forse è anche una capacità) a rimanere isolata. Per me il lockdown non è stato un problema, sono abituata ai silenzi, alla tranquillità, ma non nella musica!


Nei festival e negli eventi musicali in qualche modo “corali” si è vista, negli ultimi anni, una drastica diminuzione della componente femminile. A Sanremo 2020, le donne in competizione erano circa un terzo. La spiegazione che possiamo trovare a questo fenomeno è solamente legata al mercato?

Il problema c’è. Ricordo quando iniziai: avevo dei bellissimi boccoli biondi, lunghi fino al fondoschiena. Ero a capo della mia band: quando si andava a fare le prove salivo sul palco, montavo la pedaliera, e nonostante tutto i tecnici non facevano domande a me ma ai miei musicisti. È un po’ come se la musica fosse gestita principalmente dagli uomini, è un problema culturale enorme, che va al di là della musica. Nella musica ci sono pochi esempi di “boss” femminili, bisogna imparare a indurirsi, circondarsi di persone che sanno rispettare le donne. Per quanto riguarda i festival, è vero, il dato è evidente, lo si vede a occhio nudo. È una vita che lotto contro queste cose, non è semplice, mi rendo conto che sono dovuta arrivare a 38 anni per potermi permettere una famiglia, qualcosa che mi sono concessa perché negli ultimi 8 anni ho lavorato all’estero, quando in Italia avrei dovuto cambiare lavoro per farlo. Ora che sono incinta non sono seguita dallo Stato, è come se non avessi un lavoro vero, né la SIAE e le società di autori né le società che si occupano dei musicisti prevedono un fondo per le donne incinte. Io pago le tasse, vivo di questo strano mestiere, vorrei avere un aiuto. Nel mondo della musica, dove ancora ci sono una serie di problemi legati alla linea tra professionismo e non professionismo, le donne sono state accantonate, come se non fossero anche loro parte integrante del sistema. La situazione musicale è stata gestita in modo sbagliato fino ad ora, anche a causa di politica che non agevola la cultura da più di vent’anni, ed è allo sbando nonostante il tentativo di alcune associazioni, come “Note Legali”, di trovare soluzioni ai problemi.


“Cantautorato” e “cantautorato femminile” vengono spesso erroneamente distinti, come se non avessero nulla da spartire, come se la visione femminile del mondo fosse in qualche modo troppo diversa per essere compresa dal pubblico su larga scala. Potresti, tuttavia, indicare delle cantautrici (o delle musiciste) che nella tua carriera ti sono state di riferimento?

La prima in assoluto per me è Joni Mitchell, diventata famosa nel periodo tra gli anni Sessanta e Ottante. Viveva in un’America chiaramente maschilista, e la inserirono nei libri dei chitarristi solo dopo una serie di lotte: per lei fu una conquista. Stando alla sua biografia, aveva iniziato a fare musica e girava da sola con la chitarra, inventando modi diversi di usare la chitarra stessa e le accordature. Le si avvicinò un giovane, che le propose di farle da manager, e lei rispose di sì, a patto che si fosse pagato i viaggi in autonomia. Sapeva di doversela cavare da sola. Poi ci sono una serie di cantautrici come St. Vincent, che fa una musica particolare, una specie di “theatre-art-music”, non seguendo le direttive della musica commerciale. Teniamo conto del fatto che in questo periodo è difficilissimo offrire una musica diversa! Ci sono anche delle artiste americane molto interessanti, una ad esempio è Emily King, è newyorkese, fa una specie di soul con qualche sonorità anni Ottanta e ha un carattere live molto spiccato, con balletti, movimenti, strumenti. Ci sono tantissime artiste e musiciste nel mondo, che si son davvero fatte in quattro per sopravvivere e avere un posto all’interno del mondo della musica.


In un ambito tristemente chiuso e arretrato come quello italiano, aver deciso fin da subito di non fare mistero né del tuo orientamento sessuale né della tua lotta per i diritti umani e non solo, è stato un ostacolo?

Forse non ho mai avuto tempo di fermarmi a pensare a questa cosa. Sinceramente me ne frego. Non posso, come persona, fingere. Ho un bambino in pancia, non posso fingere per lui. La mia musica non può fingere perché non avrebbe senso lottare così tanto per una finzione. Non ho idea, onestamente, se questa cosa mi abbia mai agevolata o mi abbia mai, invece, messo i bastoni tra le ruote. Quando pubblico sui social informazioni sull’omosessualità o sui diritti umani ricevo moltissimi like, ma nella stessa giornata molte persone smettono di seguirmi. Dal mio punto di vista è una sorta di “selezione naturale”, per me è importante che chi mi segue sappia di avere davanti una persona sincera, onesta, che fa musica autentica. Il rispetto, che delinea i rapporti interpersonali, si ottiene con l’onestà.

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