Erica Mou: "in Bandiera sulla luna mi sono ricucita"

È il 3 Dicembre di una serata freddissima a Roma, ma questo non impedisce ad una discreta quantità di gente di affluire al Monk, locale della zona Est della città, che accoglie in quest’occasione la prima data assoluta del tour di Bandiera sulla luna, il quinto album di Erica Mou, cantautrice di Bisceglie dalle sorprendenti abilità cantautorali. Mentre manca ancora un’ora o poco più all’inizio del concerto abbiamo l’opportunità di entrare nella sala in cui si è appena tenuto il soundcheck e incontrare la cantautrice, che si sta concedendo alle domande dei giornalisti, curiosi di scoprire di più sulla sua ultima fatica discografica, che conferma per l’ennesima volta quanto la sua capacità di mettere in musica la vita quotidiana sia totalmente originale ed emozionante.


Quando ci avviciniamo Erica sorride, si presenta e inizia a rispondere alle nostre domande con una precisione che dimostra quanto importanti siano per lei i messaggi che passano attraverso la sua musica.


Perché hai scelto questo titolo per il tuo album? Cosa significa per te mettere una bandiera sulla luna? Ti senti di averlo già fatto?

Beh si sento di averlo fatto. Non è detto che sia l’unica che vada messa, però il senso è tenersi strette le conquiste che facciamo quotidianamente in modo che poi ci tengano sempre privi di aridità, cioè siano sempre un punto in cui tornare per sentire, per ricordare e per percepire le cose.


Da ascoltatore della tua musica ho notato che nei tuoi dischi viene tracciata una storia di vita: da È che parla di identità a Contro le onde, dove si sente la voglia di fuggire, superare le distanze a Tienimi il posto che affronta la tematica del distacco vero e proprio. In Bandiera sulla luna sembra invece di sentire le ripercussioni di questo distacco. Questa continuità è qualcosa che hai voluto pronunciare volontariamente o è capitata in maniera casuale?

Entrambe le cose, semplicemente io sto vivendo e le cose cambiano e cambiano sempre con una loro logica e coerenza. Il mio tentativo è sempre quello di essere autentica e raccontare le cose che davvero mi accadono, è normale che in un ciclo di vita si vada così. Quando ho scritto È ero adolescente, quindi cercavo di capire chi ero, in Contro le onde ero arrabbiata e volevo trovare uno sfogo diverso, in Tienimi il posto venivo da una serie di separazioni laceranti. Dovevo lasciare tutto e stavo cercando il modo di farlo. Bandiera sulla luna è un po’ uno step successivo come dicevi tu, ho capito quello che avevo lasciato e quello che invece sarò e mi sono sentita per la prima volta un’adulta, penso che sia un percorso che facciamo tutti. In fondo questi dischi coprono dieci anni della mia vita, gli anni fondamentali che vanno dall’adolescenza ad oggi.


Tienimi il posto e Bandiera sulla luna sono probabilmente due dischi complementari: entrambi affrontano la tematica del distacco ma il primo parla più di una separazione emotiva, mentre il secondo affronta un’allontanamento fisico, confermi?

Si, io li vedo proprio come la stessa storia. Ho scritto l’ultimo disco proprio mentre usciva Tienimi il posto. Sentivo che quest’ultimo era una transizione, mentre Bandiera sulla luna un’acquisizione. Raccontano tre anni di vita collegati, Tienimi il posto è il primo e Bandiera sulla luna gli altri due, ma il filo è lo stesso. Semplicemente in Tienimi il posto io ero distrutta, ero proprio rotta. In Bandiera sulla luna mi sono ricucita.


Questi due album si parlano molto anche a livello musicale. Noti anche tu questa somiglianza a livello di arrangiamenti ed atmosfere?

No, io li sento diversi. Tienimi il posto è una quarta sperimentazione rispetto agli altri tre album che avevo fatto in precedenza (Bacio ancora le ferite, È, Contro le onde), mentre Bandiera sulla Luna la sento come una somma di questi quattro dischi precedenti, perché ci ho lavorato molto da sola rubando da tutti i miei collaboratori precedenti le cose in cui mi sentivo più io. Per esempio Bandiera sulla luna in alcune cose lo sento molto vicino ad È. In altre molto vicino a Bacio ancora le ferite, in canzoni come Al freddo, che vanno dritte fino alla fine. Di Contro le onde sento l’atmosfera pop di alcuni pezzi, mentre di Tienimi il posto ho preso tante soluzioni di gusto e le atmosfere di reverberi. La cosa bella di questo disco è che l’ho fatto praticamente a casa seduta alla scrivania con Antonio Iammarino e Giuseppe Saponari, che poi sono due dei musicisti che sono con me in tour. Abbiamo lavorato in famiglia.


Hai citato il brano Al freddo. Ho notato che nei tuoi album il freddo ricorre costantemente: l’inverno, la pioggia, la neve, il ghiaccio, l’acqua sono sempre presenti almeno in un paio di pezzi. Che significato assume per te questo elemento della tua scrittura?

L’ho capito con questo disco. Ho capito che avevo un problema con il freddo e che questo disco era una ricerca del caldo. Questa professione è infame, perché tu racconti delle storie, incontri tante persone e quindi mentalmente pensi “oh, devo essere una persona sensibile!” In realtà il freddo attraversa pure me ed è il mio nemico che in questo disco cerco di combattere per riuscire a percepire le cose senza nessuno scudo. A volte il “monte di ghiaccio” è una protezione che metti. Per la prima volta in Bandiera sulla luna, l’accusa di freddezza però non è a me: in Al freddo è ad un’altra persona. Perché quando vedi le cose nell’altro capisci anche te stesso e a cosa non vuoi assomigliare.



Il tuo stile compositivo sembra quasi cambiato dai tuoi primi dischi, dalla metafora di base che faceva nascere una canzone (Epica, Giungla, Biscotti rotti) sembri essere passata alla similitudine. In Bandiera sulla luna ci sono molte liste di similitudini e frasi che sembrano vicine al rap. Non a caso ti sei anche data al “parlato” in alcuni pezzi come Svuoto i cassetti. Cosa ne pensi?

Lavoro di più oggi alle canzoni rispetto al passato, quindi questo probabilmente cambia l’approccio da uno più istintivo a uno più di costruzione. Sicuramente qualche pezzo all’interno cambia, viene limato di più, si incastra in maniera diversa. E poi a me piace provare, quindi io mi sono sempre ripromessa di non fare un disco uguale all’altro, perché non voglio essere sempre uguale: da un disco all’altro passano due anni, se fossimo sempre uguali sarebbe una tristezza infinita! Poi bisogna anche dire che sono stati anni caldi quelli in cui ho scritto questi dischi, da quando avevo diciassette anni ai ventisette. Io guardo le vecchie foto e mi chiedo: “ma chi è?” (ride). Però credo che in realtà sia riferibile a qualunque età.


Ma stai effettivamente ascoltando molto rap ultimamente?

Io l’ho ascoltato da sempre, nell’adolescenza soprattutto. Più che il rap forse l’hip hop. È qualcosa che mi capita di ascoltare e mi piace. Quindi per questo in quel disco c’è quell’influenza lì, ma ce ne sono tante altre e poi è proprio l’amore per le parole che a volte ti porta ad usarle con questa concatenazione. È anche molto divertente.


Irrequieti è sicuramente uno dei pezzi migliori del tuo ultimo disco e il testo è emblematico dell’approccio moderno alla vita, soprattutto dei giovani, alla perenne ricerca di qualcosa. Lo hai effettivamente scritto pensando alla tua generazione o più per te stessa? Cosa volevi raccontare?

Io pensavo ovviamente a me. Ci sono tante canzoni che io scrivo e poi mi rendo conto che sono nate perché sono cattiva nei miei confronti. Cioè, Nella vasca da bagno del tempo l’ho scritta e poi mi sono detta: “E mo’, brutta stronza, se ti fai la chirurgia plastica lo sanno tutti che tu non la volevi fare!”. Con Irrequieti penso: “Adesso l’hai detto e ti sei presa pure un impegno con te stessa di goderti le cose che conquisti, non fare sempre la regina Elisabetta!” Ho messo il plurale al titolo perché questa cosa la sento da tutti. Tutte le persone con cui mi confronto, quelle che fanno il mio lavoro soprattutto, ma anche tutti i ragazzi, hanno la smania di cambiare di continuo senza approfondire una cosa e di usare le conquiste per numerare e fare un elenco. Vedere i paesi in due giorni e poi cambiare e dire: “sono stato lì!”. La mancanza di profondità penso sia una cosa anche destinata a peggiorare, perché più cose approfondiamo più è logico che andremo meno ad approfondirle. E quindi l’impegno che mi pongo è quello di starci dentro più che posso. Adesso l’ho cantato, tu lo sai e devo cercare di essere fedele a questa cosa qua!



Concludiamo l’intervista con un saluto e usciamo dalla sala in cui di lì a poco si terrà il concerto, certi dell’autenticità dei testi di Erica e della sua dedizione nel raccontare ciò che vive sulla sua pelle in musica.


Poco più tardi siamo di nuovo in sala, il concerto parte subito con Svuoto i cassetti, canzone che parla di un trasloco e che fa da intro perfetta ad un live che sviscera le tematiche affrontate nell’ultimo disco dell’artista: allontanamento, nostalgia, conquiste personali, autocritica e amori in pausa. Tutti i pezzi del disco vengono eseguiti egregiamente uno dopo l’altro, molti vengono arricchiti da una Erica in stato di grazia, che si destreggia fra loop station, chitarra acustica e chitarra elettrica. Gli arrangiamenti live di brani come Amare di meno e Ragazze posate risultano decisamente più ricchi rispetto alla versione cd, mentre quello già particolare di Non so dove metterti, fra i pezzi più leggeri di Bandiera sulla luna, viene spinto al massimo grazie alla loop station, che consente ad Erica di generare un misto di suono e parlato che rafforza la confusione presente nel brano.


Non mancano durante la serata i brani più importanti del repertorio della cantautrice: Nella vasca da bagno del tempo e Dove cadono i fulmini, capolavori di delicatezza ed eleganza, che vengono sussurrati dal pubblico insieme ad Erica, mentre Oltre viene richiesta a gran voce per concludere il concerto. Cantato senza amplificazioni il pezzo raggiunge direttamente la platea, che partecipa ancora una volta con la voce. Pensare che alcune delle canzoni in grado di generare una tale carica emotiva nel pubblico siano state scritte dalla cantautrice a soli sedici/diciassette anni risulta quasi incredibile. E mentre la voce di Erica si perde nel coro dei fan e degli ascoltatori che la accompagnano in uno dei suoi pezzi più evocativi è chiarissimo il motivo per cui la giovane ragazza di Bisceglie che scriveva canzoni nella sua cameretta sia riuscita ad arrivare sulla luna.

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