Il caso Sergio Sylvestre: il razzismo in Italia c'è e basta un piccolo errore per scatenarlo

Ci ha fatti commuovere, tutti, cantando “Big Boy” nella seguitissima sede di Amici di Maria De Filippi. Scritta da Ermal Meta, la canzone ha acquisito una dolcezza tutta nuova, le parole pronunciate da Sergio Sylvestre hanno acquisito un significato tutto loro, forse intimo, che l’ascoltatore forse non capiva, ma sentiva. Ci ha fatti commuovere, e, quando gli è stato chiesto di cantare l’Inno di Mameli, è stato lui a commuoversi.

Contestualizziamo, e presentiamo i protagonisti, coloro che si sono trovati, chi per la prima volta, nell’occhio del ciclone.

Sergio Sylvestre è un cantante statunitense, noto in Italia principalmente per essere stato vincitore della quindicesima edizione del programma “Amici” e per aver partecipato, nel 2017, al Festival di Sanremo.

Il secondo protagonista, o forse il cattivo della storia, è Matteo Salvini, leader della Lega che, tanto per chi si trova d’accordo con le sue idee politiche quanto per chi ne sottolinea le gaffe e le imprecisioni, non ha bisogno di presentazioni.



Si è presentato, in quello stadio vuoto a eccezion fatta dei calciatori e dei tecnici, ha preso il microfono. E ha cantato, ma, vittima delle emozioni, quanto di più naturale ci possa essere nell’animo umano, Sylvestre ha avuto difficoltà con la canzone, in un’esibizione che forse è stata più significativa così di quanto non lo sarebbe stata se fosse riuscito a governare la tristezza, a pensare alle note e non alle sedie vuote, in quello che è un luogo di festa ed entusiasmo. Non è impensabile che un uomo si lasci sopraffare da quello che prova.

L’impensabile è venuto dopo. Come sempre, sui social.


Le iene – no, non userò il termine “leoni” – da tastiera non esitano mai a lungo prima di attaccare, sanno che la preda deve essere colpita alla svelta, che il tag deve essere quello giusto al momento giusto, che il climax deve essere colto al volo, prima di tornare a essere l’hater di tutti i giorni, la iena da tastiera vuole il suo momento di gloria.

Le iene hanno attaccato in modo diverso. Chi scrivendo personalmente a Sylvestre (“Almeno impararlo”, “Mai sentita un’esecuzione dell’inno peggiore di questa”, “Praticamente un disastro”). Chi postando. E tra queste iene, un capobranco, o forse un solitario: Matteo Salvini. Che sul suo profilo Instagram ha scritto “SBAGLIA L’INNO E SALUTA COL PUGNO CHIUSO. MA DOVE L’HAN TROVATO? No comment.” nutrendo ulteriormente le sue compagne dalla risata facile, 102mila “Mi Piace” ad oggi.


Il web si è spezzato, come al solito, Sylvestre ha dovuto giustificare un’emozione che razionalmente è facile da capire. Sylvestre ha alzato il pugno, ha dovuto giustificare anche quello, parlando direttamente a Salvini, se lui sarà disposto ad ascoltare: “Dovrebbe cercare di capire cosa significa quel pugno o un movimento come Black Lives Matter”, perché Sylvestre quel pugno non lo ha alzato a caso, non lo ha alzato per dar voce a un movimento politico o a un credo opposto a quello di Salvini che forse guardava da casa, o al suo social media manager che cercava idee per un nuovo, oltraggioso post. “Con quel pugno e con la mia voce”, dice Sylvestre, “parlo anche per quelle persone che non possono più alzare la mano, che non hanno più voce. Parlo per loro. Quindi”, conclude con un invito, non un attacco, perché il dolore del pregiudizio non sembra avere posto in una società da cambiare, “se ha qualche dubbio sul significato del mio pugno lo invito a chiamarmi”.



Viviamo in un mondo che cambia, in cui i social network fanno da amplificatore a, potenzialmente, ogni cosa.

È bastato poco, una canzone non perfetta, per provare che chi, sul nascere delle proteste per la morte di George Floyd, diceva “In Italia il razzismo non esiste” sbaglia di grosso. Il razzismo in Italia è sempre esistito, è un veleno infame perché non nascosto, perché esibito sulla tavola degli uomini politici. Il dialogo – che forse si rivelerà essere unilaterale – tra Sylvestre e Salvini ne è solo l’ennesima prova.

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