In Italia "musica" è un sostantivo maschile

In Italia "musica" è un sostantivo singolare di genere maschile.

Questo è quello che ci racconta la scena musicale degli ultimi anni, tra la predominanza netta di cantanti uomini e episodi di misoginia. Il peggio lo vediamo nei festival e negli eventi dal vivo: la percentuale di artiste presenti nelle line-up degli eventi di tutta Italia è ai minimi storici. Solo 6 donne, di cui 2 in duetto con un uomo, appaiono fra i 24 artisti presenti allo scorso Festival di Sanremo. Sempre nel 2019, il concertone del Primo Maggio di Roma vede la totale assenza di donne su 33 artisti. Solo due voci femminili e una musicista hanno calcato effettivamente il palco di quell'edizione, comunque all’interno di gruppi a maggioranza maschile. Il trend non sembra aver subito un rallentamento dopo questi eventi, anzi: è di oggi l’annuncio ufficiale del cast di Sanremo: solo 5 donne su 22 partecipanti.


(La Line-up del Primo Maggio 2019 a Roma)


Nel mondo le cantautrici sono libere di cimentarsi con ottimi riscontri in tutti i generi musicali: dalla dance con Lady Gaga, all’elettronica sperimentale con FKA Twigs, passando per il rap di Cardi B, fino ad arrivare al pop moderno con sfumature trap di Billie Eilish. In Italia, negli ultimi dieci anni, è emersa soltanto una cantautrice completa in grado di raggiungere il disco d’oro: Levante. Per il resto niente, il vuoto siderale, il nulla più assoluto, anzi, le voci femminili non solo vengono messe di lato, ma subiscono varie mancanze di rispetto (vedere il caso di CLRN all’Indiegeno Fest). Sarà a causa del gusto della massa come dicono in molti, ma stiamo davvero dando ragione a Francesco Renga dicendo che le voci femminili viaggiano su "frequenze" diverse, che le rendono fastidiose e di conseguenza meno popolari?


"Vige la meritocrazia", questo ribadirebbe probabilmente l’ascoltatore medio italiano, "non ci sono cantautrici donne all'altezza". Forse, come detto prima, non hanno dischi d'oro e non passano in radio, ma di autrici meritevoli il sottobosco musicale ne è pieno: Chiara Dello Iacovo, che nel 2018 ha pubblicato un piccolo gioiellino di pop alternativo, Epigrafe; Margherita Vicario, che giocando con la Trap ha tirato fuori dei pezzi taglienti e provocatori che riescono ad affrontare in 3 minuti più tematiche dell’intera discografia di Carl Brave; Mimosa Campironi, che gioca in maniera estremamente creativa con suoni elettronici e acustici; Erica Mou, forse attualmente la più brava paroliera sulla piazza; Roberta Giallo, che ha una padronanza Si potrebbe andare avanti all'infinito, ma sarebbe fine a se stesso. Risulta lampante un dato ovvio, confermato dalla statistica: è improbabile non ci siano artisti di spessore appartenenti ad entrambi i sessi.



La ragione di questo fenomeno è complessa e va ricercata al di là del puro maschilismo di chi si occupa di invitare gli artisti a questi eventi. Come in molti fanno notare quando si tratta il tema, i cast delle manifestazioni musicali sono specchio delle classifiche musicali e del gradimento del pubblico. Anche da questo punto di vista la situazione è decisamente tragica, in Italia, solo una donna figura nella top 20 degli artisti più venduti del decennio: Alessandra Amoroso. La situazione migliora di poco guardando alla top 50, alla lista si aggiungono soltanto Emma, Elisa, Laura Pausini, Giusy Ferreri, Giorgia, Baby K, Francesca Michelin, Mina e Gianna Nannini, per un totale di 10 artiste su 50, giusto 1/5.

Il dato che diventa rilevante in questo caso è, però, un altro: 38 degli artisti maschili presenti nella classifica, tra cantautori, trapper e rapper, scrivono le proprie canzoni, in molti casi partecipano anche attivamente alla produzione degli album, hanno insomma una voce che parla per sé e rappresenta un punto di vista più o meno unico. Se guardiamo alle donne, invece, la classifica rivela che in top 50 soltanto 3 artiste possono dirsi interamente autrici della propria musica: Elisa, Gianna Nannini e Baby K (che comunque ricorre sempre ad altri autori per quanto riguarda il comparto musicale).


Prima di tirare le somme, guardiamo un po’ anche alla storia della musica nostrana. Se pensiamo agli artisti uomini più importanti i primi che ci vengono in mente sono fra gli altri De André, De Gregori, Dalla, Battisti. Tutti uomini che esponevano o espongono tutt’ora il proprio pensiero senza grandi filtri, in alcuni casi anche su tematiche sociali e addirittura politiche. Se pensiamo alle artiste femminili, invece, non possiamo che ricordare nomi come Mia Martini, Mina, Patty Pravo, Ornella Vanoni. Tutte indubbiamente artiste meritevoli e di grande spessore, ma nessuna autrice della propria musica.

Volendo scomodare anche in questo caso le classifiche, tra gli artisti ad aver venduto più di 50 milioni di copie nella storia della musica italiana troviamo fra gli uomini De Gregori, Dalla, Morandi, Tozzi, De André, Cutugno e Celentano, tutti cantautori, mentre fra le donne Patty Pravo, Mina e Laura Pausini, tutte interpreti.


(I giovani del Festival di Sanremo di quest'anno. Anche in questo caso la rappresentazione femminile è bassissima)


La problematica appare evidente. In Italia il maschilismo in ambito musicale non si concretizza in una volontà di dare più spazio alle voci degli uomini, ma in qualcosa di ben più profondo e grave: il non riuscire ad attribuire valore autoriale alle donne nella musica. Non è un caso che le cantautrici più seguite in Italia ad oggi affrontino principalmente tematiche legate ai sentimenti. La bassa rappresentazione femminile nei festival degli ultimi anni non è quindi dovuta ad un esplosione improvvisa di maschilismo, quanto più ad un cambio di tendenza che si è riscontrato nei giovani intorno al 2012/2013 e che ha poi interessato anche il mainstream intorno alla metà del decennio: l'aumento di popolarità dell’itpop italiano, da tutti definito indie, che ha spostato l’attenzione su un cantautorato leggero, del tutto assimilabile al pop da classifica in quanto a tematiche, ma forte di uno stile di stampo autoriale riadattato al linguaggio della generazione Z. Questa tendenza ha aperto la strada in varie occasioni ad alcune realtà musicali che fanno di un cantautorato meno scontato la propria forza, come Brunori SAS, Motta, Fulminacci o Diodato. Ancora una volta, tuttavia, la diffidenza del pubblico italiano ha impedito alle cantautrici di egual valore di ricevere l’attenzione meritata.


C’è un problema di maschilismo dunque? Si. È un problema dei vari festival e concertoni? No, però ci sembra lecito dire che se fossero palchi come quello di Sanremo o del Primo Maggio a decidere di lasciare spazio alle voci del cantautorato femminile in maniera più decisa e concreta, forse si potrebbe aiutare il pubblico a capire che anche le donne possono essere delle brave musiciste. E dopo aver detto questo, in chiusura dell'articolo ci vorrebbe un campionamento del “DUH” di Billie Eilish in Bad Guy.

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