Intervista a Canzoni per, l'esperimento indie che gioca con riferimenti e stereotipi dell'itpop

"Canzoni per" è uno degli esperimenti più interessati nati intorno alla scena indie durante l'emergenza Covid-19. Un progetto aperto, come rivela sin da subito il nome, a metà tra sperimentazione e itpop. Alla vigilia dell'uscita di Scopare, il loro concept album sentimentale ma irriverente, abbiamo fatto una chiacchierata col gruppo.


Descrivete “Scopare” come una sorta di esperimento, che mira a giocare con “stereotipi e riferimenti del nuovo cantautorato pop”. Ma quali sono questi “stereotipi e riferimenti”?

Team Canzoni Per: L’amore insoddisfatto, l’essere melensi, il sentirsi – e far sentire – speciali, l’accontentarsi di un mondo di merda e il non accontentarsi mai in amore, l’utilizzo di scene e oggetti di vita quotidiana come correlativi del nostro nulla. Potremmo dilungarci ancora.


“Pezzi Dischi” è un’etichetta nuova, esordiente. Se già aprire un’etichetta significa assumersi un rischio, perché puntare anche, in un azzardo come quello che è un album intitolato “Scopare” e che parla senza filtri di sesso e amore, sullo shock del pubblico?

Team Pezzi Dischi: Non è un vero esordio se non lo si fa con il botto… e un po’ di clickbait. Siamo rimasti colpiti da come il progetto fosse ben definito fin da subito, dal post su Instagram all’immaginario: nulla è lasciato al caso. La nostra sfida è stata quella di trasformare, un pezzo alla volta, il progetto “Canzoni Per” da un’idea fraintendibile a una realtà che cerca di trasmettere dei messaggi in cui l’ascoltatore può rispecchiarsi facilmente.


“Canzoni per” è un progetto, una porta lasciata aperta proprio come lo è il suo nome, incompleto, sì, ma che è un invito ad entrare. Mentre “Canzoni per” nasce e trova la sua strada, quella strada la stanno cercando anche artisti alle prime armi. La porta è davvero aperta a tutti? Un qualunque artista, dopo aver bussato, è il benvenuto a “Pezzi Dischi”?

PDZ: Sappiamo bene che non sono le etichette discografiche ad aprire le porte, ci sono, ovunque, indipendenti in grado di prendere tutto senza etichette dietro, a fare da spalla. Abbiamo a che fare con artisti con cui sappiamo di poter lavorare bene, ai quali possiamo dare un valore aggiunto. Non si tratta più di “bussare e aprire”, è questione di attrazione reciproca. Non parliamo necessariamente di un matrimonio, forse più di una scopamicizia.


Nella presentazione di “Canzoni per” si parla di due finalità. La prima è “scrivere Canzoni nel senso più classico del termine: parole e musica”. Pensate che nel processo di commercializzazione degli ultimi anni si sia un po’ perso il vero senso del far musica?

CP: L’industria della musica è sempre stata così. Non per niente si chiama “industria”: deve creare un profitto, ed è giusto che sia così, in un sistema capitalistico. Se poi ci stai parlando di scendere in piazza ed erigere barricate, questa è un’altra storia.


Il secondo punto della presentazione parla di “scrivere Canzoni che non abbiano per forza un’identità predefinita”. In un mondo che tende a etichettare tutto quel che si può, e che cerca un nome a quel che ancora non ne ha uno, non è un rischio volersi diversificare ulteriormente? Quanto è davvero possibile andare controcorrente?

CP: Sì, è un rischio, ma è anche una bella cosa da fare. Se non si rischia, si rischia di ritrovarsi incasellati in categorie preesistenti. È molto più divertente cercare di creare nuove categorie.



“Scopare”, e perdonatemi per l’utilizzo di etichette quando voi avete chiarito di non volerne necessariamente applicare al vostro lavoro, è un punto d’incontro tra indie e trap, tra la “stucchevolezza” dell’indie e l’“arroganza” del trap. Ma due generi così diversi, con ascoltatori diversificati a loro volta, possono davvero trovare un punto d’incontro effettivo?

CP: Il punto d’incontro è a livello di poetica, se così si può dire, non dal punto di vista musicale. Detto questo, pensiamo che, nonostante i generi siano diversi, ci siano degli ascoltatori in comune, se non altro perché l’indie e il trap sono, oggi, i due poli della musica leggera italiana. È davvero difficile, sia come autore che come ascoltatore, distaccarsene e cercare una terza via.


Come descrivereste l’uso che state facendo di Instagram? La scelta di questo social network in particolare è legata alla composizione demografica media dei suoi utenti?

CP: Da qualche parte dovevamo pur iniziare, e abbiamo optato per Instagram. La scelta è legata sì alla composizione demografica degli utenti, ma anche all’estetica della piattaforma, che ci permette di fare cose in linea con quello che abbiamo in testa.

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