L’aura: “Per fortuna anche le donne stanno scoprendo l’egoismo”

Rieccoci con la serie cantautrici.


In questa puntata abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con L'Aura, artista dalle eccezionali doti compositive, la cui produzione, a cavallo fra pop, rock e cantautorato, rimanda a grandi modelli internazionali, pur mantenendo una cifra stilistica inconfondibile.


Vi ricordiamo che in questa serie chiediamo ad ogni cantautrice di scegliere una delle proprie canzoni da inserire nella playlist del progetto, che potete seguire a questo link.

Buona lettura!

Il contrario dell’amore è il tuo ultimo album, che si basa sul punto di vista di alcuni personaggi femminili. C’è qualcosa che non hai ancora raccontato del disco e che vorresti condividere a tre anni dalla sua uscita?

A dire il vero io sono una che quando fa un disco poi non lo riascolta più, sono già proiettata su altre cose e non vedo l’ora di rimettermi al lavoro sui nuovi progetti. Del mio ultimo disco posso dirti che era nato dalla volontà di ritrovare la me stessa degli esordi. Quando ho lasciato il mio vecchio management ho avuto un momento di crisi a livello artistico, mi sono trovata da sola, senza qualcuno che mi proteggesse. Mi sono lasciata guidare da persone sbagliate, per cui ho preso delle strade che, se da un lato mi hanno dato molta popolarità, dall’altro hanno tolto un po’ della mia originalità e della mia anima. Quando si vogliono dei risultati è facile lasciarsi abbindolare dai serpenti incantatori! Quello che ho capito in questi 35 anni di vita è che devi fidarti poco di chi ti sta intorno e molto di più di te stesso. Certo, è chiaro che chi segue il tuo percorso ti aiuta a fare una selezione del materiale, però se di partenza quello che scrivi non va bene e ti viene detto di ricominciare perché non c’è nulla di commerciale… sono tutte cazzate! Non c’è niente di vendibile di per sé, a parte il pop da classifica, ma io non ho mai fatto quel genere di musica, non fa parte del mio imprinting. Quel disco nasce invece con la collaborazione di mio marito (Simone Bertolotti, produttore) e dalla voglia di recuperare il sound dei primi album, in maniera però molto più evoluta. Poi sono passati quindici anni dal mio primo disco, le tecnologie si sono evolute, i musicisti con cui lavoro si sono evoluti e ho avuto la fortuna di beccare mio marito nel momento in cui ha raggiunto una serie di risultati artistici importanti… per cui secondo me quel disco può avere testi più o meno belli dei precedenti, ma gode sicuramente di una produzione migliore. Anche io ero una persona più matura a livello vocale: dopo alcuni interventi e anni di lavoro sulla voce canto molto meglio di quanto non facessi un tempo!

Meglio di quanto non sentivamo su Okumuki? Ricordo già dei bellissimi momenti vocali nel tuo disco d’esordio, così come nell’ultimo album.

Si, quel disco aveva sicuramente dei guizzi vocali non indifferenti, però allo stesso tempo ero molto meno capace e la mia voce che sfuggiva ai miei desideri, faceva un po’ quello che voleva. Quando canti per hobby può essere una cosa possibile, ma se lo fai per lavoro la voce deve rispondere ai tuoi comandi. In questo senso dico che il contrario dell’amore è il disco della maturità. Prima ero molto più immatura come musicista… con un sacco di idee, ma più immatura! (Ride n.d.r.).


Però, come dicevi prima, Il contrario dell’amore, sembra decisamente connesso ai tuoi primi passi musicali.

Si, sicuramente. Il contrario dell’amore è la continuazione dei primi due dischi. Tanti giornalisti con cui parlo dicono che è il mio terzo disco… forse si dimenticano che ce ne sono stati altri due di mezzo! Questo, però, mi fa capire che il mio obiettivo è stato raggiunto. Volevo far capire che c’è stato un piccolo incidente di percorso, un periodo in cui ero meno a fuoco, che tra l’altro, però, ha anche avuto delle cose molte belle, perché ho avuto mio figlio, mi sono sposata, mi sono tranquillizzata nella vita, con le persone. All’inizio non vivevo le cose in maniera molto positiva. Invece con l’età, pian piano, ci si tranquillizza, si migliora.

Quindi nonostante magari la radio abbia premiato maggiormente i pezzi di Sei come me ti senti più vicina al percorso fatto con gli altri dischi?

In realtà i miei pezzi sono sempre stati molto passati in radio, sono molto grata a questo mezzo perché mi ha sempre supportata, indipendentemente dal genere che stessi facendo in quel momento. Ci sono stati, invece, episodi in cui ho capito chiaramente che Sei come me non era piaciuto agli addetti ai lavori. A distanza di anni ho compreso il motivo, mi sono resa conto degli errori che avevo fatto e ho riparato negli anni: era troppo diverso da quello che avevo fatto in passato. Con questo non voglio dire che farò sempre dischi uguali a quelli fatti in precedenza, però ci sono sicuramente salti che giovano ad un’artista, salti che invece non giovano affatto (ride n.d.r.). Le cose su cui vado adesso sono molto diverse da quelle dell’ultimo disco, per certi versi.

C’è qualche anticipazione che puoi darci?

L’unica cosa che posso anticiparti è che, a differenza dello scorso album, in cui partivo dai provini piano e voce, sto lavorando in maniera diversa, arrangiando già autonomamente i brani e poi finalizzandoli con Simone. In realtà curavo già la produzione dei pezzi in Demian, perché avevo trovato un collaboratore che credeva in me. Poi, quando ho incontrato un produttore che non credeva nelle mie capacità musicali ho perso quella cosa, ma l’ho recuperata col tempo, anche grazie a Simone che è un vero professionista del settore e mi ha dato un sacco di dritte, mostrandomi anche come lavora lui su altri progetti… insomma, aver sposato un produttore giova decisamente al mio percorso! (Ride n.d.r.)

Mi è capitato spesso di parlare con cantautrici che trovano difficile affermarsi e trovare qualcuno che le supporti nel modo giusto. Pensi che possa succedere che un produttore creda meno nelle capacità di una cantautrice rispetto a quanto non faccia con quelle di un cantautore?

No, nei miei confronti non è mai successo.

Non voglio fare un discorso di vittimismo: detesto quando le persone mi dicono che sono sottovalutata. Io mi sento più un’artista di nicchia, sono una che piace a chi ama la musica. Chi vive la musica in maniera superficiale continuerà a dirmi che adora Eclissi del cuore, ma va bene così! Ci vogliono in una carriera anche questi pezzi, ma alla fine la musica che scrivo non piace a tutti perché è tendenzialmente molto introspettiva.

È giusto porre l’attenzione sul femminile, ma non facciamolo perché è bistrattato, facciamolo perché è valido, perché è bello, perché è giusto farlo. C’è tutta una nicchia di pubblico, come quello queer e lo stesso pubblico femminile, che è molto attenta a questo tema. Io rappresento una parte di questo pubblico, perché a me piace principalmente la musica cantata da donne. Se ascolto podcast o interviste la cosa che mi cattura di più è l’opinione di una donna. Poi chiaramente amo anche gli uomini e le band, però la mia attrazione principale, vocalmente parlando e per quello che esprimono, sono le cantanti femminili.

Dovremmo porre l’accento su un’altra faccenda, perché a volte anche gli stessi organizzatori dei concerti hanno in testa il concetto che le cantautrici siano bistrattate e vadano aiutate, che è un po’ come la beneficienza fatta male. In questo caso, secondo me, bisogna cercare di valorizzare quello che c’è già e che non viene proposto perché non è così usuale. Il mondo della musica è stato dominato per decine di anni dagli uomini per vari motivi, che hanno a che fare con l’egoismo maschile: partire per anni in tournée, sbattersene delle famiglie… per fortuna adesso le donne stanno cambiando e sono egoiste anche loro! (Ride n.d.r.) La psicologia delle donne è cambiata ed è per questo che oggi è il momento giusto per far uscire questo tipo di musica. Poi è chiaro che ci sono anni in cui la musica al femminile ha avuto un riscontro di pubblico molto grosso, come negli anni ’90, però ammetto che comunque quel periodo è stato magico per tanti generi di musica, non solo per quella al femminile. Ci sono stati gli ultimi veri e propri movimenti musicali: il grunge, l’indie rock, etc. È stato uno degli ultimi decenni che ha partorito qualcosa di interessante, forse… i nostri duemila sono stati un po’ un rimescolare le carte.

Un po’ un marasma di stili, in effetti.

Si. Io stessa non ho la pretesa di aver inventato nulla, sono figlia delle cantautrici che ho ascoltato negli anni. Molti, anche nel mondo dell’arte visiva, hanno rimescolato le carte in tavola rispetto ai loro padri, ma hanno fatto comunque delle cose bellissime. Mi viene in mente Luigi Serafini, un mio amico pittore che si rifà ai modelli del surrealismo, ma di fatto ha un’originalità e una sua voce molto particolare. Quindi credo che anche rifacendosi a dei modelli forti si possa essere totalmente originali.


Lasciando per un attimo da parte le grandi cantautrici come Tori Amos, che immagino ti abbiano sempre influenzata, a chi guardi nel presente?

In realtà trovo che le grandi cantautrici che mi hanno ispirato abbiano avuto dei momenti e delle pause creative molto lunghe, purtroppo. L’eccezione alla regola è Fiona Apple, che ha da poco sfornato un disco incredibile, Fetch the Bolt Cutters, che mi è piaciuto tantissimo e che conferma l’ipotesi che ho sempre avuto nei suoi confronti, cioè di un’artista in perenne lotta coi problemi mentali, come ha sempre detto anche lei, ma che resta una spanna sopra tutte le altre. È riuscita a non farsi mai catturare dal proprio ego e ascoltando sempre i musicisti che aveva intorno, il proprio cuore e la creatività è riuscita a tirare fuori dischi molto diversi fra loro e totalmente originali. Poi nell’ultimo periodo ho ascoltato tanto il disco di Kacey Musgraves, Golden Hour, un album stupendo, che ho consumato. Mi è piaciuto anche l’ultimo di Dua Lipa, pur essendo molto pop. L’ho trovato estremamente curato e lei mi è sempre piaciuta fin dal primo pezzo, anche se inizialmente non la trovavo del tutto a fuoco. Ora è proprio una bomba, Future Nostalgia ha un pezzo più bello dell’altro.

Si, anche prodotto benissimo, fra l’altro.

Si, trovo che anche l’idea che sta dietro l’album sia molto bella, cioè rispolverare un po’ gli anni ’70, la musica funk e dance di quegli anni, però fatta in un modo che mi attrae molto di più, moderno e fresco.

Hai citato tre artiste profondamente diverse fra di loro.

Anche nei tuoi dischi si nota che i tuoi riferimenti sono molto vari… essere poliedrica e dividerti fra vari generi potrebbe essere definita la tua cifra stilistica, quello che pensi di proporre al tuo pubblico anche in futuro?

Prevedere il futuro è difficile, ma sicuramente ho ascolti molto diversi. Come ti dicevo prima ho sicuramente una forte preferenza per le voci femminili, ma ovviamente all’interno di questo mondo c’è di tutto, dall’elettronica al jazz. Mi viene in mente Norah Jones, un’artista molto poliedrica: tutti gli artisti che ho amato avevano la caratteristica di essere estremamente poliedrici… penso ai Coldplay, a Madonna, che hanno sbagliato solo quando si sono ripetuti, quando hanno cercato di rimanere un po’ sul sicuro. Quando sperimentavano strade nuove, invece, hanno avuto consenso sia di critica che di pubblico. Poi è chiaro che nel mercato italiano ci siano regole totalmente diverse.

Forse più schematiche…

Si. Alla fine bisogna decidere cosa fare, perché il nostro è un paese piccolo. Vuoi riempire le piazze o vuoi lasciare qualcosa? Io voglio lasciare qualcosa che fra 30 anni possa essere d’ispirazione ad una ragazzina che inizierà a suonare. Nel futuro vorrei essere ritenuta come una che aveva qualcosa da dire all’interno del mondo cantautorale.

Forse dovrebbe essere l’intento di tutti quelli che si definiscono artisti.

Non per forza. Io rispetto tanto anche chi fa musica più leggera. Ognuno ha il dovere di fare ciò che sente, a patto che esprima ciò che è davvero. Ho delle amiche che fanno musica molto più pop della mia, ma che sono proprio fatte così, semplici, trasparenti, allegre, qualità che traspaiono nelle loro canzoni, che sono decisamente più leggere delle mie. Magari la mia musica è meno easy, ma io sono fatta così: sono incasinata, sempre in discussione con me stessa e con gli altri.

In ambito italiano quali ispirazioni recenti citeresti?

In ambito italiano sono un po’ più impreparata, perché ultimamente sono stata colpita principalmente da singoli, più che da dischi interi. Io sono molto più orientata verso il progetto che verso il singolo pezzo, un po’ al contrario del mercato attuale. Secondo me se vuoi rimanere nel cuore del pubblico devi avere un progetto, non puoi basarti sul singolo. I discografici probabilmente la pensano in modo diverso, ma a me non frega niente di loro! (Ride n.d.r.) Io cerco di ragionare come il pubblico. Io stessa sono una fan, quindi mi metto nei panni di chi fruisce la musica nel modo in cui la fruisco io. Non mi metterò più nei panni di chi fruisce la musica in maniera superficiale, anche perché non è il pubblico che mi interessa. Se mi ascolta mi fa piacere, ma se mi ascolta per un brano e dopo non mi ascolta più passando al successivo… che senso ha?

Colpire con il singolone e non riuscire a portare la persona nella propria discografia lascia un po’ il tempo che trova, forse.

Si, oggi come oggi secondo me la parola chiave per tutte noi artiste è quella di fidelizzare il proprio pubblico, un pubblico fatto di persone che capiscano chi sei e che si ritrovino nelle cose che scrivi. Poi è chiaro che più sei una persona particolare più questa cosa è difficile… più sei complicata più è complicato trovare persone che ti comprendano per quello che sei, ma da artisti è giusto così. Si nasce in un modo e quello si è, inutile fingersi qualcos’altro.

Per Il contrario dell’amore hai scritto anche un libro che approfondiva la storia dell’album. Ti piacerebbe esplorare di più questo lato della tua creatività?

No, al momento no. Secondo me se scrivi un libro devi essere un lettore pazzesco, io invece sono una lettrice molto discontinua. Con la musica sono più onnivora, mentre coi libri tendo a gravitare attorno a delle cose specifiche. Ho ritenuto quel progetto come un pacchetto completo e non so se è una cosa che vorrei ripetere, ha richiesto molto tempo e voglio fare le cose bene, perché non vorrei mai lasciare una cosa di cui pentirmi… non più!

Mi piace molto leggere, quello si, e sono molto invidiosa di chi riesce a scrivere, perché è un mezzo creativo che ammiro e apprezzo da sempre.


C’è una delle tue canzoni a cui tieni in modo particolare e che, in qualche modo, può essere portavoce della tua musica? Questo pezzo entrerà nella playlist del progetto.

Sicuramente I’m an alcoholic dell’ultimo disco. Da un lato perché è il brano più particolare del progetto, dall’altro perché è un collegamento diretto ai miei primi dischi: la cellula (strofa e ritornello) è stata scritta nel 2007 e doveva teoricamente far parte di Demian. Si trattava di uno dei miei primi esperimenti di scrittura/produzione al computer. In quel momento ero particolarmente “alcoholic”, non volevo finire quel brano perché avrebbe significato mettermi in gioco su una serie di cose di cui non avevo voglia di occuparmi. Poi trovo comunque che i brani si finiscano quando è il momento giusto per farlo. Quello non era il momento, ma probabilmente sarebbe stata la hit del disco anche all’epoca, perché era uno di quei brani che guarda al passato ma con una cifra un po’ evergreen, dato che pesca un po’ dappertutto, dal jazz, allo swing, al cantautorato femminile…

L’intervista finisce qui, ti ringrazio moltissimo per averci raccontato di più della tua musica e averci dato il tuo punto di vista su alcune tematiche per noi molto importanti.

Mi fa sempre molto piacere collaborare con tutto ciò che ha a che fare col mondo queer, che è una grande parte del mio pubblico. Le persone della comunità LGBT mi hanno sempre dato una grande mano dal punto di vista della comunicazione. Essendo lo zoccolo duro del mio fan club, delle persone che mi conoscono di più, a volte seguono tutto ciò che ha a che fare con l’”hype” dei miei progetti, e io non ho mai nascosto la mia grande simpatia per loro… quindi grazie anche a voi!

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