La crescita di Halsey in Manic

La mia vita privata è un disastro, dice Halsey, presentando ad Apple Music il suo ultimo album, Manic, uscito in questi giorni per Capitol Records, ed è proprio da questa riflessione di partenza che sembra trarre origine il nuovo progetto discografico, abbastanza differente dai due album pubblicati in precedenza dalla cantautrice del New Jersey. Manic, si avverte sin dal primo ascolto, è un disco meno estroverso, più ombroso, dalla produzione e dall’estetica ancora una volta curatissime, ma, per la prima volta, in maggioranza riflessivo nei toni.


La contrapposizione delle prime due tracce è già un tuffo nel mondo intimo della cantante, nella sua dimensione personale. Ashley, pezzo intitolato con il suo vero nome, è la traccia d’apertura, che mette nero su bianco le intenzioni del disco: parlare di quello che c’è dietro l’immagine patinata di un’artista che in troppo poco tempo ha scalato le classifiche di tutto il mondo, risentendone nel privato. La canzone va dritta dove vuole arrivare, aprendo una conversazione con l’ascoltatore che prosegue poi nella seconda traccia, clementine, brano spoglio quanto sognante e altrettanto diretto, ispirato alla protagonista di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Nei due brani vengono da subito introdotti i temi portanti dell’album: la volontà di spogliarsi delle apparenze e raccontare l’io di una giovane donna che è cresciuta sotto la luce dei riflettori, la presa di coscienza della mortalità e il rapporto di bisogno/odio con gli altri.



Sono impulsiva, senza censure, mi lascio guidare dall’emozione, piuttosto che dalla logica, mi muovo febbrilmente dappertutto, pensando cose come: e se questo pezzo suonasse alla Beach Boys? E se sei dei brani non avessero la batteria?. Questo dice Halsey del suo flusso di lavoro. Grazie a quest’attitudine, probabilmente, nasce il ricco comparto sonoro del disco, un misto di generi che arriva a scomodare chitarre country e distorsioni glam rock. Manic risulta essere, di conseguenza, un album eclettico, tenuto insieme dalla predominante tendenza a disinnescare ritornelli da classifica, per trasferirli in un mood più rilassato che favorisce la fruizione dell’album come flusso unico. Canzoni come Forever… (is a long time) accendono i riflettori su una creatività nella scelta dei suoni che sfiora a tratti l’art pop, mentre la rilassata interpretazione di You Should Be Sad rivela un gusto inedito per un cantautorato più classico all’americana.


È forse in momenti più easy listening, come I Hate Everybody, che i fan riconosceranno maggiormente la prima Halsey, qui dedita ad un ritornello più intenso e a una sezione ritmica vicina ai successi del primo disco. Anche in questi casi, tuttavia, l’evoluzione artistica della popstar fa capolino, con la scelta di sound più dreamy e un testo che ritorna sulla presa di coscienza di sé stessa nel rapporto con gli altri. Oltre alla scoperta di nuove soluzioni pop, Manic permette ad Halsey di portare a casa un’altra conquista non indifferente: un duetto con la mitica Alanis Morisette, che da il nome ad Alanis’ Interlude, la canzone più arcobaleno del disco, in cui Halsey rende omaggio alla cantautrice che l’ha aiutata ad avere un punto fermo in cui rivedersi mentre accettava la sua bisessualità da giovane.


Tirando le somme: il problema in cui rischia di incorrere la musica di Halsey è quello che le sue canzoni risentano della produzione synth pop minimale e pulita che le appartiene sin dagli esordi, rischiando di farla risultare anonima. In Manic, tuttavia, questo succede raramente e, soprattutto nella prima metà del disco, la popstar riesce ad inanellare una nutrita serie di pezzi pop originali e di ottima fattura. La prova è quindi ampiamente superata per la capace artista di pop alternativo che da qualche tempo sembrava dover trovare il coraggio di osare qualcosina di più.

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