• Antonio Zaccone

Throwback Review: La vita cancellata dalla pseudo-religione. Boy Erased e la cura della bugia

Boy Erased - Vite cancellate (2018) è il quarto film dell’attore e regista Joel Edgerton, che ha trasposto su pellicola il memoir di Garrard Conley, testimone della terapia di conversione sessuale ancora oggi in atto negli Stati Uniti, e non solo. Nel film, il protagonista Jared (Lucas Edges di Manchester by the Sea) confessa ai propri genitori (Nicole Kidman e Russell Crowe) la propria omosessualità e non si può non chiamarla una confessione. Marshall Eamons, il padre di Jared, è pastore battista in una piccola cittadina dell’Arkansas, al quale il figlio si rivolge come a un prete, più che a un genitore, perché avvezzo alla sua pervasiva religiosità. Tale è il peso di quello che Jared pensa essere un peccato che l’unica via per comunicarlo ai genitori è l’ammissione della colpa che ne consegue, per la quale esisterebbe una cura. Fortuna che Dio risponde sempre al richiamo di chi si perde dal gregge, visto che Jared soffre, ma non per la sua omosessualità.



Jared inizia a frequentare il centro cristiano di conversione sessuale ‘Love in action’, che ha tutta l’aria di un centro di addestramento all’eterosessualità, presieduto da una guida di nome Victor. Subito, vengono imposte regole semplici ma categoriche: è vietato qualsiasi contatto visivo, fisico, emotivo, e viene chiesto ai ragazzi e alle ragazze di tracciare un albero genealogico che possa far risalire all’origine di quell’attitudine alla perversione che abita l’animo di ognuno di loro, una burla che si autocompiace di una psicoanalisi senza fondamento.

Tuttavia, ciò che definisce il film è l’evoluzione intima di Jared, più che la critica alla falsità della terapia di conversione, che c’è, in effetti, ma senza la tragicità che ci si potrebbe aspettare da un tema del genere, dato che la sua insensatezza deontologica è palese allo spettatore fin dall’inizio. L’evoluzione, però, riguarda anche Nancy, la madre di Jared. Perfetta moglie e casalinga di un uomo non violento, ma predominante, Nancy accompagna il figlio nella ricerca di una verità che crede sia giusta perché così dice il marito, senza mai interrogarsi sugli effetti collaterali, non prima di aver visto coi suoi occhi l’impostura dietro alle parole di Victor, che persuade i ragazzi all’odio di sé e delle sfaccettature che compongono le loro identità



La violenza è nelle parole che puntano alla falsa scientificità di una terapia che aizza alla paura del peccato. Non è una novità che l’omosessualità sia stata oggetto di mortificazione da parte delle religioni, soprattutto quando queste vengano imposte anche a guida della vita laica, quando, cioè, ciò che fa parte della gerarchia di una fede allarghi i confini a ciò che non le compete. Ma cosa penserebbe, per esempio, un cattolico che decida di amare una persona del suo stesso sesso? Sarebbe afflitto a vita dalla colpa che gli hanno insegnato a decifrare da una gestualità poco virile o da un’’eloquenza femminile’? È su questo che, in parte, il film intende aprire gli occhi, sulla distinzione tra omosessualità e eterosessualità fondata sul luogo comune, ancor prima che sul pregiudizio, ciò che fa delle parole di Victor un abuso di ridicolezza.

È un film che racconta anche del perdono che una madre desidera ricevere dal figlio al momento in cui realizza di aver dubitato dell’unica verità possibile: suo figlio è suo figlio. Ma precisa anche un altro punto fondamentale: che non è determinante essere religiosi per reprimere una personalità. Victor, di fatto, non crede in Dio, ma nel potere della sua infezione verbale nella mente di chi è convinto di guarire.


A fare da fil rouge nel caos della terapia di conversione sono i ricordi di un primo affetto di Jared, raccontato dal tepore delle luci smorzate di una camera da letto e dall’essenzialità di una ripresa frontale, ricordi oscurati, invece, al momento in cui affiora alla memoria la violenza subita in college da un ragazzo irrisolto, atto che determina la scelta dei genitori di iscrivere il figlio al centro di Victor.

Assenza di tragicità, ma non assenza di turbamento, motore che impedisce a Jared di fermarsi all’apparenza degli esercizi da seguire al ‘Love in action’ per diventare un ‘vero uomo’. Attraverso i suoi occhi, tutto ciò che viene prescritto o imposto ai ragazzi è visto da una lente di profondo scetticismo, prima ancora che di incredulità. Il film non è un elogio alla diversità, cardine di certa cinematografia lgbt. Dalla finzione che gli insegnano a (per)seguire per conquistare l’uomo che non è, Jared conosce un autoperdono che non può più dialogare col desiderio di nascondersi, ma solo col desiderio di viversi. Questo, a ben vedere, era già dentro di lui, ora è il momento di dirlo ai suoi genitori senza alcuna colpa.

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