Nathalie: la musica è “Una e Tante” e non ha bisogno di divisioni (Intervista)

Sin dai suoi inizi, The Queer Sound è stato sempre molto attento alla situazione del cantautorato femminile nel mercato discografico italiano. Nonostante sia sottinteso che la musica non vada definita sulla base del sesso di chi la scrive, è innegabile che negli ultimi tempi le donne vengano sempre meno rappresentate all'interno di festival e classifiche nel nostro Paese (la nostra indagine sul fenomeno qui). Dalla curiosità di approfondire questo tema, nasce l'idea di creare uno spazio dedicato unicamente alle cantautrici italiane, allo scopo di approfondire la loro identità musicale, conoscerle meglio e scoprire il loro punto di vista su questo argomento.


Nelle interviste chiederemo ad ogni artista di scegliere una delle proprie canzoni, che confluirà nella playlist del progetto (potete seguirla a questo link).


Eccoci quindi con la prima puntata della rubrica cantautrici.

Abbiamo parlato con Nathalie, musicista romana che spazia dal pop rock alla musica d'autore, conosciuta anche per aver vinto la quarta edizione di XFactor.



“In punta di piedi” è stata la canzone che hai deciso di presentare alla finale di XFactor, e che poi ti ha portata alla vittoria. Guardando indietro ricordi particolari emozioni o pensieri nell’esibirti quella sera, o nel lavorare, nei giorni precedenti, alla canzone?

Quello di XFactor è un periodo che, per me, è stato fondamentale. Le emozioni in quei giorni si alternavano tra la paura che magari non andasse, che non venisse compreso il senso del brano, e una fortissima motivazione da parte mia, perché “In punta di piedi” era una canzone in cui credevo moltissimo e che mi ha dato molto fin dal primo momento. Vivevo un misto di ansia e felicità estrema, che veniva anche dal poter portare finalmente qualcosa di mio, dato che fino a quel momento avevamo reinterpretato canzoni già famose.


XFactor è stato anche un percorso di realizzazione, che si è coronato quando la canzone è effettivamente piaciuta tanto al pubblico quanto ai giudici.

Sì, quello è sicuramente stato per me un feedback positivo. A volte c’è una sensazione per cui si ritiene la canzone forte, potente, piena di potenziale, ma non è sempre detto che questo venga recepito. In quel momento, nonostante l’ansia e la paura, avevo la certezza di aver fatto la cosa giusta, a prescindere dai risultati.



Nel lavorare con Battiato a “L’essenza”, il confronto deve essere stato continuo. Nel complesso, come descriveresti l’esperienza?

Ho presentato la canzone a Franco solo dopo averla completata, il suo è stato un contributo generoso, che ha dato sia cantando sia inserendo nell’arrangiamento alcuni suoni, che definisco di “spazi siderali”. È stato un confronto molto prezioso, Franco è stato un modello, una grande ispirazione, e il suo intervento c’è stato, anche se inconsapevolmente, ancora prima che cominciassimo a lavorare insieme. In quel periodo aveva sempre qualche dritta da darmi, e ha ascoltato alcune canzoni a cui stavo lavorando. Avevo tenuto “L’essenza” per ultima perché trattandosi di una canzone a cui tenevo molto temevo un giudizio negativo, invece lui si è dimostrato incredibilmente rispettoso e delicato.


“In a world of questions” sembra non avere nulla a che fare con “Smile-in-a-box” o “Tra le labbra”. È stata una decisione presa “a tavolino”, quella di non aderire a un singolo stile per quanto riguarda i brani presenti in “Into the flow” o, semplicemente, you went with the flow?

Ho seguito un flusso naturale, non mi sono voluta porre limiti per quanto riguardava stili o atmosfere. Vedo un’omogeneità a livello di emozioni, il discorso dell’umanità nella musica per me è fondamentale, mantenere una verità in quello che faccio ed esprimo è una sorta di etica, un motto giornaliero nella mia vita. Nel flusso in cui parlo nel titolo ho cercato di abbattere gli ostacoli tra un brano e l’altro, e la track list, l’ordine dei pezzi, è stata pensata affinché fosse una sorta di ottovolante emotivo.



C’è una delle tue canzoni a cui tieni in modo particolare, che ha, in qualche modo, “qualcosa in più” rispetto alle altre? Questa canzone entrerà nella playlist del progetto.

Una è “Dancer in the rain”. Quando si lavora a un album per mesi, o anni, si rischia di non apprezzare più le canzoni, mentre ascolto e suono volentieri ancora oggi “Dancer in the rain”, anche per il significato che ha, il modo in cui parla di una rabbia costruttiva, non necessariamente negativa, che ha un aspetto di “reazione”, di qualcosa che ti fa andare avanti nonostante tutto. Un’altra è “Who we really are”, un po’ atipica, come atmosfera, per me, dato che ha preso una direzione quasi rock-progressive con cui mi sono divertita a sperimentare alcune sonorità. È una canzone che ha un grande significato anche in questo periodo storico, in cui siamo diventati numeri più che nomi, e la violenza viene utilizzata senza alcuna empatia.


Hai partecipato, assieme ad altre numerose artiste, alla maratona musicale “Femminile Plurale”, nata da un’idea di Tosca e Michele Monina. L’intenzione iniziale era quella di lanciare un grido comune, di sottolineare la presenza delle donne non solo nell’industria musicale ma per strada, nelle piazze, in casa. Com’è stato, per te, esibirti al fianco di altre donne, per le donne?

“Femminile Plurale” è stato un evento importante per ricordare che la solidarietà femminile esiste, ed è una realtà da rinforzare, perché non c’è solo rivalità, tra donne. È stato bello assistere alla collaborazione tra tante realtà artistiche e musicali diverse, cosa che in realtà per quanto mi riguarda è quasi normale, perché negli anni ho avuto la fortuna di condividere palco e processo di creazione musicale con colleghe e care amiche, persone in cui ho trovato la bellezza della condivisione e dell’arricchimento reciproco.


È capitato, spesso, che il “cantautorato femminile” venisse definito quasi un genere a sé, una definizione per cui la visione della donna può sembrare meno “universale” di quella di un uomo. Il termine è infelice, ma se dovessi indicare delle cantautrici che sono state, per te, un punto di riferimento, che nomi faresti?

Sono nomi che spesso mi sono stati accostati, perché queste artiste mi hanno dato un esempio di come si può fare musica al femminile rimanendo “universali”, per rifarmi a quello che hai detto. Parliamo di Tori Amos, PJ Harvey, Patty Smith, Cristina Donà, Carmen Consoli: tutte artiste con una forte personalità, e con la consapevolezza di loro stesse, di quello che fanno e di come, perché ognuna ha un proprio approccio. In Italia ci sono molte artiste degne di nota, più sommerse, meno riconosciute. Vedo che c’è un grande fiorire di cantautorato femminile in questo periodo, quello che mi auguro è che si arrivi a considerarlo universale: la musica al femminile non è “altro”, la musica è “una e tante” senza bisogno di ulteriori divisioni.


Nei festival italiani, e a Sanremo non da meno, si è vista una diminuzione delle donne, che nel line-up del Primo Maggio di Roma erano in netta minoranza. Come possiamo motivare questo fenomeno?

Questo andrebbe chiesto a chi organizza! È verissimo, c’è stata una diminuzione di presenza femminile e ancor di più di presenza femminile autoriale, che va a sottolineare la posizione della donna come interprete più che come autrice. Forse è il mercato a spingere più verso il “maschile”. Non so cosa quale sia la verità dietro queste scelte, non è questo il mio mestiere, ma se c’è una diminuzione forse dipende anche da un momento in cui, almeno a livello mainstream, si è ridotta la varietà di musica, di cultura, di punti di vista. Forse il punto di vista femminile viene visto come troppo complesso o meno immediato. Personalmente non la vedo così, mi piace pensare che si tratti di ingenuità, di scelte inconsapevoli, non credo ci sia cattiveria dietro. È importante, per questo, portare avanti iniziative che sottolineino l’esistenza del femminile nelle varie forme musicali, e che portino a una sua maggiore considerazione.


La cattiva abitudine, nell’ambito lavorativo, di chiedersi con chi una donna sia andata a letto per raggiungere una determinata posizione, non sembra voler scomparire. Come influisce l’essere donna sulla possibilità di fare musica in Italia?

In generale non ho sentito il pregiudizio finché non mi sono stati fatti notare giudizi e commenti esterni. Mi sono dovuta rendere conto della mia ingenuità, ma non avendo vicino a me persone “giudicanti” da questo punto di vista, mi ritengo fortunata a non aver sentito il peso dei pregiudizi. Se si leggono i commenti sui social si ha a che fare con un mondo a parte, in cui si vedono tante cattiverie e cose fuori luogo, ma questo perché siamo in una cultura che lo permette e lo archivia come “normale”. L’essere donna influisce, ma credo che l’importante sia essere centrate, sicure delle proprie capacità, forti abbastanza da non sentirsi costrette a scendere a compromessi indesiderati.


I mesi di distanziamento sociale hanno avuto effetti diversi sui vari artisti. C’è chi è stato particolarmente produttivo, chi si è un po’ lasciato andare. Come hai affrontato questo periodo? La musica ti è rimasta vicina, o vi siete distanziate anche voi?

Ho vissuto il lockdown a fasi alterne: ci sono stati momenti di grande slancio creativo, voglia di suonare, ma la maggior parte del tempo ammetto di aver avuto bisogno di chiudermi, di raccogliermi, per capire quello che volevo, quello che potevo dare. Per me è stato un momento difficile a livello emotivo, e anche a livello di social ho avuto bisogno di staccarmi per poter tornare a una realtà più intima, più personale. Il lockdown non è stato solo fisico, ma anche interiore, per un artista che ha bisogno di creare questo isolamento è un momento doloroso quanto simile a una gravidanza, in cui si sta creando un “dopo”, con la consapevolezza di dover dare, una volta tornati alla normalità, una forma diversa alla propria professione.


Sempre relativamente a questi mesi si vede, su scala globale, una difficoltà di cantanti – e performer in generale – a far riconoscere il loro lavoro, e a ottenere la giusta tutela tanto per sé stessi quanto per le persone che lavorano dietro le quinte. Credi che l’arte si stia prendendo troppo “sotto gamba”?

Assolutamente sì, totalmente. Dopo aver saputo della morte di Morricone ho scritto un post dove ho tirato fuori quello che provo: la musica e l’arte sono un salvagente in un grandissimo oceano, ma questo salvagente viene paradossalmente visto come scontato. La musica, pur non riconosciuta come bene primario, è importante, è nutrimento per l’anima in un momento che ha messo tutto sottosopra, non la si può sottovalutare. Il fatto che a livello pratico non venga riconosciuto il ruolo degli artisti nelle loro varie forme è un sintomo di qualcosa che deve cambiare. Bisogna trovare nuove forme, far rispettare il ruolo degli artisti. Stiamo cercando di fare qualcosa scrivendo, manifestando – con il rispetto delle norme di sicurezza! –, supportando associazioni di musicisti, perché fare gruppo è importante oggi come non mai. Spero che tutto riprenda in modo più bello, più potente, più consapevole di prima. Questo periodo negativo può essere un modo di acquisire maggiore consapevolezza riguardo l’importanza assoluta dell’arte e della musica.

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