• Antonio Zaccone

Pride: l’unione fa la forza coi tacchi a spillo e il piccone


Il ventiquattrenne inglese Mark Ashton sta per unirsi al gay pride di Londra: è il 1984 e le tensioni sociali nel Regno Unito hanno come denominatore comune una donna, Margaret Thatcher. Mark è un attivista della Young Communist League e, la mattina del pride, un’idea lo solletica mentre guarda le continue proteste alla tv, comunicandola poco dopo ai suoi amici: raccogliere fondi per lo sciopero dei minatori in lotta contro la decisione di chiudere un numero considerevole di giacimenti. Mark fa un ragionamento semplice: i poliziotti erano meno numerosi all’ultimo corteo del 30 giugno, questo perché hanno avuto come obiettivo la repressione di un altro dissenso, quello dei minatori, appunto. Assieme ai suoi amici, crea l’LGSM, Lesbians and Gays Support the Miners, così da diffondere solidarietà tra un gruppo sociale da sempre vessato, gli omosessuali, e uno in procinto di esserlo, dei minatori, perché, a parte la censura cattolica sui primi, i due gruppi sono praticamente sulla stessa barca. Entrambi hanno bisogno di visibilità ed entrambi hanno bisogno di soldi per continuare la protesta.



L’idea di Mark è giusta, fare di un malcontento comune e condiviso il motore per il riscatto da abusi e ingiustizie legislative, come la futura e retrograda Sezione 28, che, in sintesi, recitava: vietato promuovere l’omosessualità, dall’alto di un tono alla dieci comandamenti che tanto è piaciuto a certo conservatorismo inglese. Ma se la teoria è incoraggiante, la messa in pratica rischia di non essere altrettanto semplice. Prima di convincere un qualsiasi sindacato in lotta contro la politica di Thatcher a unirsi all’LGSM, è necessario che l’entusiasmo nasca prima nei ragazzi e nelle ragazze che prenderanno parte al progetto, oltrepassando i legittimi dissapori che una comunità LGBT ha naturalmente vissuto sulla propria pelle, dei quali l’omofobia è solo la punta di un iceberg; è prevedibile pensare che i minatori non saranno diversi da un poliziotto che pesta o un passante che sputa ai manifestanti di un pride, dopotutto l’omofobia è capillare e in una società è tanto più diffusa quanto più viene permessa, o vi si allude sottilmente, attraverso la legge e i suoi rappresentanti. Ma la fortuna arriva un po’ per caso, quando, messe da parte acredine e ingiustizie personali, un piccolo paesino del Galles accetta di combattere a fianco dell’LGSM. Lo sceneggiatore Stephen Beresford e il regista Matthew Warchus mettono in scena un sodalizio tra categorie abbandonate, in mezzo alle quali un timido germe di confidenza reciproca comincia a spuntare. Pride è un chiaro inno alla presa di coscienza di un potenziale che può funzionare solo se cooperativo, solido e reciprocamente comprensivo, siano banditi quei risentimenti che inaspriscono l’unione, ma non quelli che muovono la rivolta al sistema, in modo pacifico. Non c’è miglior modo di affrontare le paure più grandi se non partendo dall’ostacolo più difficile e i ragazzi dell’LGSM lo sanno dall’inizio della partenza sino all’arrivo a Onllwyn, lo sperduto paesino di minatori del Galles, provinciale e diffidente. Forse non così tanto.



In Comizi d’amore, Pasolini riporta interviste, fatte da nord a sud dell’Italia, a varie classi sociali, cittadine e non, e l’aspetto che più sorprende è l’apertura ad altri stili e caratteri, rispetto alla tradizione eteronormativa, da parte di una porzione del mondo contadino, perlopiù etichettato come poco alfabetizzato e, dunque, poco tollerante (termine orribile cui si farà venia). La risposta potrebbe essere nella minore rigidità dei costumi che i borghesi, invece, assimilano fin dall’infanzia, svolta di un dialogo che tra Mark e gli abitanti di Onllwyn sembra funzionare, nonostante i retaggi cattolici di una intolleranza (termine calzante) verso i giovani omosessuali di Londra da parte di alcuni del villaggio, pregiudizi che, ad ogni modo, interessano gli stessi ragazzi. L’iniziale ritrosia a manifestarsi per come sono è uno scudo al rifiuto che non tarda a palesarsi. Ma la chiave, in realtà, sta proprio nel non tentennare: essere vistosi, vistosissimi, inondare gli astanti con battute su Judy Garland e le tante paillette che, secondo la massima porzione dei detrattori del gay pride, non servono a ottenere diritti, semmai ancor più bastonate. Tante grazie, ma l’indifferenza è meglio dell’odio e non siamo i tipi che oserebbero sfilare senza un filo di trucco. Una strategia, quella della vistosità, che funziona. Un concerto di beneficenza cerca di risollevare le sorti di un progetto tanto ambizioso quanto fragile per il semplice fatto di avere tutto il mondo contro, nemico che, alla fine, si rivela più forte.



Mark, che nel frattempo ha scoperto di avere l’hiv, abbandona per qualche tempo i suoi amici e i progetti a cui stava lavorando, seguendo comunque lo svolgimento degli scioperi, che si esauriscono un anno dopo, e ritornando in tempo per il pride del 1985, ancora vessati, ancora scherniti e minacciati dalle forze dell’ordine, ma a fianco dei minatori di Ollwyn, che non hanno dimenticato chi ha cercato una causa di giustizia in loro senza voler nulla in cambio. Insomma, come recita l’inno dei lavoratori a inizio film, solidarity forever, for the unity makes us strong.

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