Romina Falconi: “ inono un muratore incastrato nel corpo di una donna” (intervista)

Continuiamo a parlare di cantautrici.


In questa puntata conversiamo con Romina Falconi, irriverente artista di origini romane, dalla penna onesta e imprevedibile. Dopo il successo del suo secondo album, Biondologia, Romina ha fatto molto parlare di sé con il singolo estivo Magari Muori, in collaborazione con Taffo.


Prima di iniziare vi ricordiamo che nelle interviste di questa serie chiediamo ad ogni cantautrice di scegliere una delle proprie canzoni da inserire nella playlist Spotify del progetto, che potete seguire a questo link.


Buona lettura!


Biondologia, il tuo ultimo disco, è stato una vera rivelazione. Caratterizzato da un’onestà disarmante e composto da canzoni liberatorie e dirette, ti ha permesso di ampliare molto il tuo pubblico. Quali sono stati gli eventi che ti hanno portata a scrivere così?

Mi fai una domanda che mi rende molto felice, perché il mio percorso è stato molto lungo e duro. Bacio per terra tutti i giorni per come si sta evolvendo! La mia è una di quelle storie in cui capisci di aver avuto bisogno degli schiaffi della vita, che in fondo ti formano. Non è masochismo, ma proprio un rendersi conto che le lezioni che non vogliamo imparare sono proprio quelle che in realtà ci servivano. È stato un percorso molto travagliato, perché ho una struttura interiore molto fragile e mi sono messa a fare proprio la cantautrice... ‘na matta!

Allora forse un po’ masochista in fondo lo sei!

È proprio una follia, infatti lo dico sempre che ho la sindrome dell’impostore. È come se mi sentissi perennemente immeritevole.

Ho iniziato a scrivere a 15 anni e volevo assolutamente raccontare la mia quotidianità e la realtà molto pittoresca in cui vivevo: Tor Pignattara, un quartiere molto colorito ma povero, dove c’è un senso di fratellanza e schiettezza molto Pasoliniano. Da lì però mi iniziavo ad affacciare al mondo della discografia, dove la donna che canta il pop sembra quasi dover rappresentare un’immagine materna, impeccabile, sempre positiva e dolce. Già durante quei primi passi mi sentivo una matta, un po’ per la sindrome dell’impostore, un po’ perché con il mio modo di scrivere avevo paura di sembrare un boscaiolo! Quindi i primi tempi mi sono lasciata trascinare dai dictat della musica pop, per ritrovarmi, di lì a poco, ad essere omologata.

Immagino tu ti riferisca al tuo primo grande palco, Sanremo 2007.

Si, quello e subito dopo. Mi è venuto naturale omologarmi, ma più lo ero e più non mi si filava nessuno. In tutti i lavori succede che ad un certo punto scavi il fondo e da lì risali per forza, vale per qualsiasi ambito della vita. A un certo punto scrivo la prima canzone in cui metto un pelo di Tor Pignattara, Il mio prossimo amore, dove dico delicatamente “il prossimo le paga per tutti”. Stranamente il pezzo ha iniziato a girare e da quel momento varie realtà hanno cominciato a chiamarmi per cantare il mio brano. È stato lì che ho detto: “ma stai a vede’ che ‘sta sincerità paga”.


Ti sei resa conto che quella Tor Pignattara dentro di te poteva incontrare i gusti del pubblico.

Esatto. Io non volevo omologarmi, volevo fare la mia musica, ma durante la fase di scrittura mi censuravo. Quello che scrivi agli inizi, però, non ti rappresenta mai in maniera definitiva. Devi prendere la mira, trovare la tua cifra. Purtroppo, vuoi per timidezza, vuoi per la sindrome dell’impostore inizialmente ho cercato di adattarmi.

Nel mercato italiano purtroppo è quasi automatico prendere quella strada, sembra che tutti tendano a spingerti verso un modo preimpostato di fare musica. Sembra più facile omologarsi che essere originali.

Si. Quando ho iniziato a scrivere più liberamente, poi, sono diventata impossibile da maneggiare e ho avuto difficoltà con le case discografiche. Mi dicevano: “hai un piede di porco al posto della penna”. Da lì, con alcuni amici fraterni, fra cui Immanuel Casto, ho creato la Freak & Chic.

A questo punto dovevo fare un album che fosse il più sincero possibile. “O la va o la spacca, mal che vada questo è l’ultimo disco della mia vita”, mi sono detta. Quando è uscito, però, sentivo di aver fatto ciò che dovevo, perché in quel disco ci sono io. In quelle canzoni non c’era il bisogno di dare la morale della favola, non credo di dover insegnare niente a nessuno. Il mio scopo era quello di rendere umane le cose che non vengono mai umanizzate nella musica, di fare un disco come se stessi parlando all’analista. Quando vai in psicanalisi non stai lì ad edulcorare le frasi, tiri fuori tutto il peggio, e così ho fatto quando scrivevo, tanto che poi alcuni miei soci mi hanno detto: “Romi’, ma sei sicura?” io rispondevo: “Ma che me frega, tanto è l’ultimo disco!”. Con questa scusa mi sono permessa di fare quello che volevo. Poi, invece, Biondologia mi ha rivitalizzata.

A volte la vita è imprevedibile.


È un periodo in cui c’è davvero bisogno di qualcosa di sincero e liberatorio.

Esatto, sono contenta che sia stato recepito! In tutto questo c’era anche molta ansia da prestazione. Per me stavo facendo una cosa giusta, ma magari lì fuori, pensavo, la capiscono in due.

Invece poi hai trovato una fetta di pubblico fedelissima, fra cui la comunità LGBTQIA+ che ti è stata sempre molto vicina. Ti ha ispirato anche questo nella scrittura di Biondologia?

Soprattutto! Io in fondo sono un muratore incastrato nel corpo di una donna.

Una forma di disforia di genere!

Si! (ride n.d.r.)

Mi piace molto apparire femminile sul palco, ma a volte i miei pensieri non sono poi così femminili. Sono felice di essere muratore dentro e sciantosa fuori, amo questa dicotomia e non voglio nascondere una parte o l’altra. Purtroppo quando ti ritrovi etichettata come cantautrice sembra obbligatorio incastrarti in un aggettivo solo. Forse proprio percependo le mie varie sfumature la comunità gay si è avvicinata a me, mi ha scelta. Sono state le realtà gay le prime a chiamarmi (i Pride, le discoteche). Evidentemente il pubblico ci vede lungo, più di quanto possiamo immaginare. L’anno scorso, poi, ho fatto la madrina praticamente all’80% dei Pride d’Italia! Ma io lì mi sento a casa: non c’è niente di più bello del non vergognarsi delle proprie ombre e sfoggiarle.

Si, a mio modo di vedere il collegamento sta fondamentalmente nel fatto che non ci si nasconde al gay pride e non ci si nasconde nella tua musica. Tu metti a nudo i tuoi sentimenti e al gay pride si mette a nudo la propria identità.

Esatto. Io non so cosa faccia di una persona un rappresentante, so che ci sono categorie precise di persone che non amano molto il buonismo, soprattutto in quest’epoca in cui sembra obbligatorio mettere maschere su tutto, anche sui sentimenti e sulle emozioni. Mettere a nudo i miei mostri, invece, nonostante io ne abbia paura, mi ha permesso di avvicinarmi a persone che non si accontentano della superficie, delle maschere.

Per me è impagabile.

Dev’essere bello avere un pubblico che ti capisce così tanto profondamente da permetterti di non avere filtri.

Quando scrivi qualcosa non ti scegli il pubblico. L’idea che hai di chi potrebbe seguirti è molto vaga, perché è il pubblico che ti segue. È stato bellissimo vedere il risultato. I miei fan non li cambierei, e non lo dico così, per fare una sviolinata. Quando salgo sul palco so che posso dire quello che voglio perché loro mi hanno capita. Io finisco i concerti e sono la più odiata di tutti i teatri e i locali perché finisco di cantare, scendo giù, il tempo di ricostruirmi una faccia, rinfrescatina, e non me ne vado via fino a quando ci sono persone. Le abbraccio tutte. I localari mi odiano per sequestro di persona (ride n.d.r).

Questo rapporto si è evoluto in un “centro d’ascolto” dedicato ai tuoi fan.

Si, abbiamo fatto un vero e proprio tour. Dopo l’uscita di “Le 5 fasi del dolore” e “Cadono saponette” la gente aveva iniziato a mandarmi storie personali molto profonde. Volevo che per una volta non fosse la gente ad ascoltare la cantautrice ma il contrario, anche dal vivo, quindi a Ottobre/Novembre/Dicembre 2019 ho chiamato vari spazi d’Italia per ospitarmi e ho trovato dei sostenitori meravigliosi. È stato uno spazio in cui a volte mi sono state raccontate cose molto personali, a volte cupe, e dove anche io ho finito per condividere aneddoti personalissimi, ma sono certa che le persone a cui li ho confidati non mi tradiranno mai!

Io mi sono sentita sola tutta la vita e scoprire che c’è qualcuno che mi capisce è qualcosa di unico. Ho un senso di gratitudine immenso nel trovarmi con persone che mi hanno capita così bene che non c’è più bisogno di parlare. È una figata!

Ultimamente la discografia italiana sembra supportare sempre meno le cantautrici, che sono pian piano quasi sparite dai piani alti delle classifiche. Cosa ne pensi di questo fenomeno?

Non riesco a spiegarlo. Posso dire che sicuramente rispetto a tempo fa è molto più complicato vivere nell’ambiente musicale, perché è come se non ci rendessimo conto delle immense possibilità che invece ci sono. Purtroppo nella musica oggi girano molti meno soldi, si ha paura di rischiare, di non dare al pubblico ciò che vuole e finire per non entrare nelle playlist Spotify. Sarebbe invece il momento di rischiare.

Il rischio che hai corso tu mettendoti a nudo è stato sicuramente ripagato. Forse le case discografiche dovrebbero osare di più?

Forse. A me dicevano “non riesco a farti assomigliare a nessuno, non riesco a catalogarti”. Le case discografiche alternative dicevano “sei troppo pop per essere indie”, quelle mainstream invece “sei troppo indie per essere pop”. Molto spesso un addetto ai lavori non lo fa con cattiveria, ma per aiutarti. Il problema era che a me non importava come mi definissero, volevo essere supportata nel mio percorso naturale. Poi oggi mi rendo conto che il più grande complimento che possano farmi è proprio quello di non assomigliare. Ma fare questo scatto è sempre molto rischioso, perché per abbattere i muri ti devi sempre almeno un po’ sporcare. Non sai come andrà a finire, nessuno ti garantisce nulla.

Torniamo alla tua musica. Nei tuoi testi, dietro la tua scrittura sferzante, si percepisce una certa fragilità di fondo, che però sembra quasi sparire quando sali sul palco.

Si, nella vita sembro molto fragile, come fossi di cristallo. Dentro in realtà ho molta forza, ma sto sempre attenta quando parlo, quando mi esprimo. A me di interpretare la parte della forte proprio non riesce, quindi alla fine sembro forse più fragile di quello che sono. Sul palco, invece, cambia tutto, divento una leonessa, anche se quando scendo ritorno gattara. Non lo faccio apposta, è perché il palco è una dimensione che mi fa sentire protetta, forte. Nella vita ognuno ha aspetti in cui è Hulk e altri in cui è Calimero, invece oggi ognuno sembra dover per forza mostrare solo la parte forte. Secondo me, tuttavia, la bellezza sta nelle sfumature, nei punti d’ombra.

Forse il sottovalutare quelli che tu definisci “punti d’ombra”, le nostre debolezze, è stato accentuato dai social, dove sembra obbligatorio porsi come persone forti, di successo, sempre sorridenti.

Sono d’accordo, però non credo sia “colpa” dei social. Quella che stiamo vivendo in quest’epoca digitale è una grande rivoluzione e come tutte le grandi rivoluzioni bisogna riuscire ad aggiustare il tiro. Vent’anni fa c’era già internet ma non c’era la musica digitale, se uscivi con un progetto musicale dovevi avere per forza grandi budget o rientrare in certe categorie. La parte bella di questa rivoluzione, ad esempio, è che oggi chiunque può mettere la propria musica online ed essere fruito da tutto il mondo. Bill Gates nel '96 diceva che con l’avvento di internet il re supremo sarebbe diventato il contenuto, il messaggio che si lancia. All’epoca quel discorso l’avranno capito in tre, mentre adesso è arrivato talmente nelle mani di tutti che dovremmo rileggerlo e aggiustare il tiro, proporre contenuto reale e non fomentare le situazioni assurde che vediamo online: donne che fanno bodyshaming su altre donne, cyberbullismo, etc. Ma poi diciamoci la verità: sicuramente se hai una vita appagata non stai sui social a commentare la cellulite degli altri!

Parlando in generale, siamo tutti molto più tristi, frustrati, e a volte sotto certi profili scriviamo commenti giusto per colpire, senza renderci conto che abbiamo comunque un’identità. Dobbiamo capire questo e aggiustare la mira, come avviene in ogni grande rivoluzione. Voglio credere che si arriverà ad un punto in cui riusciremo ad essere più civili e umani, che avremo la giusta empatia per capire che non si può attaccare la gente online come nulla fosse.


Quando ti abbiamo vista ad X factor, ormai otto anni fa, sembrava quasi che ti volessero appiccicare un personaggio addosso. Come ti senti a riguardo dopo tutto questo tempo?

Ho capito che è un programma televisivo e il bello della tv è che c’è sempre un canovaccio. Nel caso del talent la storia è quella del brutto anatroccolo che diventa cigno. Fin qui tutto bene, il problema è che se hai già fatto gavetta e hai avuto modo di capire un po’ chi sei sono dolori. Certo, quando sono entrata ero sicura che avrei dovuto mettermi in gioco e ne ero contenta, il problema è che su 12 cantanti il percorso “rock” o “pop” non può essere dato a tutti, se rientri in quello che fa look particolari, pezzi strani, alla fine ti chiedi: ma la mia storia, la mia personalità come farà ad andare avanti? Poi se esponi questi dubbi in quel contesto sembri quasi irriconoscente.

Ma non è per tutti così, magari chi parte da una bella voce e deve ancora trovare una percorso artistico vero e proprio dice tutto il contrario. Insomma, per chi sa già cosa gli sta bene addosso è un ambiente che sconsiglierei, per chi sa cantare, però non ha idea di come posizionarsi discograficamente, è perfetto.

In realtà guardando alla tua edizione di XFactor ci si rende conto che è stato premiato chi ha dimostrato di avere una personalità unica (te e Mahmood per esempio).

Infatti quell’esclusione ci ha portato un gran bene! L’unica cosa che io contesto è che col talent potrebbe essere sdoganato il messaggio che in due mesi si possa diventare cantanti affermati. Certo, alcuni riescono, ma è come fare il terno al lotto, non escludo che possa succedere, ma attenzione: la gavetta è il viaggio più bello che si possa fare. La gavetta vera è quando sei solo al mondo e quella è l’unica cosa che ti salva, perché se lì ti ostini e continui capisci che quella è la tua vera passione. Non arriva per forza chi è più bravo, alcune volte viene premiato quello che sta là, aspetta e non si schioda di un passo. Nel frattempo c’è chi molla… purtroppo la vita è anche questo. Ma guai ad accontentarsi.

Un’elemento di Biondologia che mi colpisce molto è la presenza di vari riferimenti alla psicologia. È un ambito che ti interessa?

Ho sempre guardato i manuali di psicologia. Nel disco volevo parlare di me, ma in un modo che fosse più universale. Per esempio in Vuoi l’amante volevo parlare di dipendenza affettiva. Se ci pensi la figura dell’amante ne è l’emblema, perché decide di essere seconda nella speranza che prima o poi la sua situazione cambi. Io ho sperimentato questo problema su di me col mio fidanzato. Ero in coppia, ma mi sentivo peggio dell’amante, come se non esistessi. Tuttavia non conta che io fossi fidanzata, volevo raccontare quella condizione lì, la storia e l’emozione è più importante della mia esperienza nel dettaglio... insomma, non sono Harrison Ford che interpreta Indiana Jones! Ho cercato di evitare il mio ego e di raccontare la magagna di certi momenti, quindi sono andata a studiarmi concetti che potevano essere utili a chi ha avuto le stesse emozioni.


Lo hai fatto anche per Le 5 fasi del dolore.

Si, cito la Kübler Ross, che ha teorizzato 5 fasi del dolore legate principalmente al lutto, poi ampliate a tutti i tipi di dolori. Avevo anche letto che erano diventate 7, ma volevo rendere onore a questa psicologa che ha creato una formula che fosse semplice da lanciare al mondo, adattandola alla fine di una convivenza.

C’è una delle tue canzoni a cui tieni in modo particolare, che ha, in qualche modo, “qualcosa in più” rispetto alle altre? Questa canzone entrerà nella playlist del progetto.

Ne scelgo una legata a questo periodo, visto che ne leggo di tutti i colori sui social: Sei mejo te.

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