Susanna Parigi, una chiacchierata in tappe con la chansonnier del pop letterario

C`è musica e musica. Checché se ne dica. Ci sono canzoni che ascolti perché ti piace il loro motivetto, perché ti si piantano in testa e non riesci più a cacciarle e ci sono canzoni che ascolti perché ti parlano e non riesci ad ignorarle. Susanna Parigi, cantautrice di Firenze, scrive questo secondo tipo di canzoni ed è indubbiamente fra le migliori in Italia a farlo. Nella sua carriera ha pubblicato sette album (sei di inediti ed uno di rivisitazioni di pezzi di Jannacci) e un libro, tutte opere in cui si confronta con temi importanti come la femminilità, la cultura, la sessualità e l`uso della parola. Questa intervista vuole essere un viaggio a tappe fra i suoi lavori per approfondirne le tematiche passando per le canzoni più emblematiche.


Ciao Susanna, la tua carriera è ormai ventennale, hai pubblicato il tuo primo disco omonimo nel 1995. Cos`è cambiato dagli inizi nel tuo modo di scrivere e come guardi alle tue prime produzione discografiche oggi?

Spero sia cambiato molto dagli inizi. Se non c’è mutazione, trasformazione, tutto ristagna e si ferma. Farò del mio meglio perché non sia mai così. Guardo comunque ai miei primi lavori con affetto. C’è una Susanna più ingenua ma già molto determinata, fuori dagli schemi. E va bene. Ringrazio ogni giorno per non aver ceduto alle “facili lusinghe”. Certi luoghi non sarebbero stati giusti per me; forse avrei guadagnato di più ma avrei vissuto male.


Il mondo della letteratura e dei libri sembra rimanere sempre una forte fonte di ispirazione in tutti i tuoi dischi, tanto che ti è stato dato l`epiteto di chansonnier del pop letterario. Come ti poni rispetto a questa definizione?

La definizione è nata dall’idea di un giornalista proprio perché la mia musica non è facilmente etichettabile… si dice? Non so se mi piace oppure no. In genere non mi piace nessuna definizione perché la definizione è monolitica e noi, come titolava il mio secondo cd, siamo “scomposti”, siamo prismi. C’è del vero nel fatto che la mia musica non è del tutto appartenente al mondo cantautorale, troppi accordi, troppe armonie particolari… l’uso della voce. C’è del vero nel fatto che quasi tutte le mie canzoni hanno riferimenti letterari. Le persone che mi seguono si divertono a scoprire quali. È bellissimo. Amo i libri, sono la mia grande passione, oltre alla musica s’intende.

Unire le due cose per me è stato naturale.


Iniziamo dunque il viaggio fra i tuoi lavori.

La canzone che chiude il tuo ultimo disco, Apnea, ha come titolo LIBeRI, che grazie ad un gioco visivo di maiuscole e minuscole accosta i libri alla libertà. A chi dedichi questa canzone? Chi per te deve liberarsi attraverso la lettura?

L’universo. L’unica cosa che può salvare il pianeta è la cultura. Questo tipo di terrorismo non lo si combatte con le armi. Infatti politici e sociologi seri ammettono che non sanno cosa fare realmente, che non esistono risposte pronte e facili. Anche se nasci fortunato, in una famiglia che ti dà molte opportunità e occasioni, non puoi sapere tutto, non puoi aver visto tutto, non sai cosa c’è dentro la testa di un altro. Figurati chi non ha queste possibilità. Si rimane chiusi nel metro quadrato visibile di noi stessi. I libri, anche i peggiori, come scrive Augias, aiutano ad uscire da sé, ad aprirsi al mondo, all’umanità, aiutano a prendere le misure, a non prendersi mai troppo sul serio perché capisci che c’è sempre qualcuno che ne sa molto, ma molto più di te. Sarà un caso che tutti i tipi di regime hanno avuto paura dei libri? Li hanno bruciati e hanno bruciato le persone che li leggevano al tempo dell’inquisizione e non solo. Sono pericolosi perché sono una potenza, hanno un potere immenso, come del resto le parole, non a caso così insultate di questi ultimi tempi. Altro titolo del mio quarto Cd: “L’insulto delle parole”.


La particolarità di questo pezzo è anche quella di essere molto recitato, quasi un incrocio fra musica e poesia. Non sei nuova ad esperimenti simili, già in passato con Le valigie che lasci, per esempio, ti eri cimentata in questo genere di pezzi. Trovi che questa strada possa rappresentare un modo per esprimersi pienamente? Pensi in futuro di tornare a rivisitare la forma canonica della canzone?

Mi fai una domanda molto interessante perché se devo essere sincera la forma “canzone” mi sta molto stretta. Molto. Più vado avanti più sento le grate della prigione. Bella eh… niente da dire, però sempre prigione. Sai molto bene che quando si unisce un testo a una musica, nessuno dei due potrà essere totalmente Libero. Vedi che torniamo al titolo della canzone. Ecco, in certi momenti mi viene da liberare o il testo o la musica. Per esempio nel brano “Una porta nel tempo” ho liberato la musica. Per il resto è una convivenza passionale, a volte violenta, difficile, che quando riesce può dare delle belle soddisfazioni. In questo senso come non potevo liberare il testo in questa canzone?


Filtro elettronico è uno dei tuoi pezzi più recenti e tratta il tema della tecnologia e il modo in cui questa si frappone fra noi e il mondo. Dall`altro lato la canzone presenta suoni elettronici ed è molto moderna. Come sta influendo la tecnologia sull`evoluzione della tua musica? Ci sono degli artisti elettronici che ti hanno ispirata?

Ascolto di tutto. C’è del bello ovunque, in qualsiasi genere musicale. Per la mia musica non credo vadano molto bene i suoni elettronici, ma questo era un brano che parlava proprio dell’abuso ridicolo del “filtro elettronico”. Io lavoro molto al computer, uso diversi programmi per lavoro di montaggio, fotografia, musica. Ma gli occhi, oggi, non sono più rivolti al cielo. Se sali in metro a Milano hai un’idea di quello che ti sto dicendo. Bambini che vorrebbero attenzione dalla mamma, e lei a spolliciare il cellulare. Puoi denudarti e vai tranquillo che nessuno si accorge di nulla. Passano delle “strafighe” pazzesche, passami il termine “giova”, e i ragazzi non alzano gli occhi, non le vedono proprio. La tecnologia è una possibilità enorme, come del resto i libri di cui si parlava prima no? Ma se passi tutte le ore delle tue giornate a leggere, non solo ti rovini la vista, ma anche i rapporti sociali. E’ una questione di equilibri.


Nei tuoi testi parli spesso della figura della donna. Hai persino composto un intero disco intorno al mondo femminile, La lingua segreta delle donne, che si apre con Liquida. In questo brano parli di come nelle famiglie le donne si tramandino quasi silenziosamente abitudini, segreti e il modo stesso di vedere il mondo. Qual è il tuo pensiero sul ruolo di genere che storicamente si porta dietro la donna? Quanto l`eredità delle figure femminili tradizionali alle spalle di ognuna ne condiziona il modo di essere e quanto invece regala?

La tua domanda richiederebbe molto più spazio di quello che abbiamo. Specialmente l’ultima. In “Liquida”, è vero, parlo di donne che tramandano un sapere. Ma non tutte le donne sono così. Hai tradotto molto bene tu quello che volevo dire: le mie donne sono donne che quasi non parlano. Solo nel silenzio eviti il tradimento della parola e puoi sperare di usarne una vera. Potrei dire che sono “Donne esoteriche” per citare un’altra mia canzone. A questo punto vengo alla tua ultima domanda.

Il potere della madre è immenso. Il più grande regalo che può fare a una figlia è proprio quello di evitare il condizionamento, il clone. Non posso dire di più. E’ argomento molto delicato. Dove c’è grazia c’è libertà, e la ripetizione diventa scelta rituale o memoria, non condizionamento. Nell’altro caso c’è un guardare allo specchio-figlio sé stessi e illudersi dell’immortalità. Io sono stata molto fortunata con le donne della mia famiglia. Sul ruolo di genere che storicamente ci portiamo dietro scrivo da anni. Dico soltanto che anche lì i libri aiuterebbero sicuramente a capire che non esistono acquisizioni definitive. Basterebbe leggere per capirne di più. Ci sono stati periodi storici in cui la donna ha fatto qualche passo avanti, e poi, subito dopo, di nuovo indietro. Basti pensare al periodo fascista in Italia, dove la donna è tornata ad essere l’angelo del focolare. Sul ruolo della donna dovrebbero interrogarsi tutti, ma proprio tutti oggi, specialmente le televisioni che in venti anni di Maria De Filippi hanno ridotto le teste delle persone appunto prive di mezzi culturali in modalità litigio, hanno ridotto il vocabolario a 500 parole al massimo e come tu sai le parole sono i nostri pensieri, e meno parole conosci, meno possibilità di pensare hai, hanno propagandato la rissa, la volgarità, hanno reso ridicola o insignificante l’eleganza e la gentilezza, hanno distrutto l’ascolto per enfatizzare solo e soltanto l’esercizio dell’ego alla massima potenza, hanno esaltato i vizi ed escluso le eccellenze. Dobbiamo interrogarci molto sul numero delle donne che vengono uccise in questo momento in Italia. E non credo in tutta sincerità, che questo tipo di televisione ne sia estraneo. E’ un’affermazione pericolosa? Pazienza me ne assumo le responsabilità. Un’altra cosa. Per anni mi sono allontanata dalla Chiesa per il ruolo riservato alla donna. Abbiamo dimostrato negli anni che possiamo competere in tutto e per tutto con le menti maschili, partendo svantaggiate per di più, visto che fino a poco tempo fa le donne non avevano accesso neanche alle università. Perché dalla Chiesa siamo trattate come animali? Perché abbiamo solo un ruolo di servizio? E’ una grave offesa questa. Eppure sembra che molte donne non ci facciano caso. Va bene così. Di strada da fare ce n’è ancora tanta.


Non solo la letteratura ma anche il teatro è entrato a far parte delle tue composizioni. Così e se vi pare, anche questo un pezzo del disco La lingua segreta delle donne, prende spunto dall`omonima opera teatrale di Luigi Pirandello. Qual è il legame fra il dramma pirandelliano e la tua canzone e cosa puoi dirci di più sul tuo rapporto col teatro?

Sai perché ce l’ho così tanto con questa televisione? Perché quando ero piccola a me la televisione ha dato molto. Non avendo una famiglia che potesse portarmi a teatro, io il teatro l’ho conosciuto lì, in televisione. Poi avevo una tessera del conservatorio che mi permetteva di entrare nei teatri come studente e pagare pochissimo. Se la televisione fosse migliore potrebbe aiutare le persone a conoscere la bellezza e non la più bassa umanità. Veniamo alla canzone. A volte quello che vuoi dire è espresso talmente bene in un libro, in un’opera teatrale, in un quadro, che ne prendi spunto.

La protagonista di questo brano alza le spalle e dice: io non sono come voi mi vedete, non lo sono per niente, ma così è, se vi pare. Pirandello è stata una mia assidua lettura adolescenziale, insieme a Montale e Sartre.


È uscito recentemente il tuo primo libro Il suono e l`invisibile. Che tematiche affronta e in che modo è collegato all`omonimo pezzo contenuto nel tuo quinto album?

L’idea del titolo è venuta proprio perché in quel brano, scritto insieme a Ferruccio Spinetti dei Musica Nuda, volevo rendere trasparenti le voci. Non so se ci sono riuscita ma visto che il tema del libro era proprio il rapporto stretto tra la musica e l’invisibile, mi è sembrato il titolo migliore.

Il rapporto costante con la musica, ti introduca alla presenza costante di qualcosa che c’è ma non è visibile. La musica stessa, se vogliamo, è invisibile, ma non è questo che intendo. Aiuta a capire che siamo circondati da un’illusione di realtà, che i nostri sensi sono limitati e non percepiscono spesso ciò che realmente è. Torniamo al discorso di prima. Leggere aiuta a prendere le misure. L’altro aspetto che tratto nel libro è come fare musica cambi giorno per giorno il tuo stile di vita, il tuo corpo e la tua mente.



Nel 2009 è uscito L`insulto delle parole, che tratta un tema controverso, l`abuso delle parole e la storpiatura del loro significato. Cosa ti ha portata a parlare di questi argomenti? Che vuol dire “insultare le parole”?

Ti ho risposto prima credo. Le parole creano. Hanno un potere immenso, come appunto i libri, che sono fatti di parole. Creano bene e creano male. Il rovesciamento dei significati non è forse male? La menzogna che cos’è se non un grande tradimento? Con le parole si può uccidere.


In Differenze, il tuo terzo disco, si chiude con Cinì cinì, canzone che richiama i canti popolari del sud. Quanto la musica popolare ti ha influenzata e da dove arriva questo emozionante brano?

La musica popolare è dentro di me. Sono cresciuta ascoltando i canti popolari toscani e non solo.

Spesso il canto popolare ha un’energia, un richiamo alla terra, ai dolori, alle feste, ai ritmi tribali che in quel brano poteva aiutarmi a vestire la forza cruda del canto dei bambini. Doveva essere una speranza, che l’immaginazione e la fantasia potesse vincere sulle aberrazioni.


Il tuo secondo album, Scomposta, da spazio a testi molto sensuali. Uno di questi è La decima porta, che risulta però anche molto intimo, rivelandosi come una dichiarazione di abnegazione ad un uomo. Cosa significa per una donna essere la “decima porta”?

Nel mio libro che prima hai citato c’è proprio una postfazione di Luca Cavaliere che mette a confronto due figure femminili delle mie canzoni. Una, appunto, è la donna di “La decima porta”, l’altra è in “Amore che m’invita”. E’ impossibile qui riassumere in due parole quello che lui ha visto in questi due modi di amare, ma sono rimasta colpita dalla sua sensibilità. E’ proprio così. “La decima porta” inizia con “Sarò cibo per te… sarò sorella per te, perché tu abbia un amore incestuoso con me… sarò il bene supremo… sarò il nemico… “ come vedi è una donna determinata che prende delle decisioni. Sa che l’amore è forte e lei è forte come l’amore. L’altra invece è quasi sopraffatta da un amore che diventa più malattia che costruzione.


Ultima domanda che esula dal tuo percorso musicale. Il mercato discografico italiano delle major è sempre meno forte e i giovani talentuosi che scrivono le proprie canzoni sembrano non riuscire a trovarvi uno spazio per loro. Quale pensi sia il problema? Il pubblico o le case discografiche? Come si potrebbe riportare l`attenzione sulla musica?

Posso basarmi solo su quello che vedo. Il resto sono chiacchiere. Ai miei concerti come ai concerti di artisti superlativi come Musica Nuda, e credetemi ce n’è in giro di gente brava, c’è tanto pubblico e il pubblico aumenta con il passaparola basato solo sul fatto che o ci sai fare sul palco oppure niente, perché fai parte del mondo indipendente e le etichette indipendenti non hanno i soldi per farti passare per radio o avere un minimo di visibilità. Arrivi con un nome che pochi conoscono, con brani che non conoscono, insomma nella peggior condizione. Eppure escono dal concerto, ti comprano i dischi, vanno a cercare quelli vecchi, ti dicono che sono sorpresi di non conoscerti, che non capiscono perché non ti vedono in televisione, e fanno passaparola. Allora vuol dire che non è un problema di pubblico. Il problema grosso è a monte e non è solo la cattiva coscienza o incapacità dei discografici. Il problema è che si è permesso negli anni che la promozione costasse cifre improponibili. Un po’ come il prezzo delle case fino a qualche anno fa, che adesso è dimezzato. Altro problema: si fanno prodotti sempre più di plastica. Questo disaffeziona le persone. Le persone che capiscono il lavoro che c’è dietro un artista che amano, non masterizzano il cd, lo comprano. Inoltre esiste sicuramente un mutamento nei comportamenti delle persone. Fino agli anni novanta la musica era indispensabile. Era il massimo, era la vita stessa. Adesso? No. Non sono in grado di analizzare questi fenomeni né tanto meno azzardare una soluzione. Sarà l’argomento del mio prossimo libro?

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