• Antonio Zaccone

Throwback Review: Brotherhood, quando anche i neonazisti amano


Se in questo mondo pensi di essere al sicuro, pensaci due volte. È quello che, mi piace credere, direbbe una madre, un padre, un amico, un parente di buon senso dopo aver visto Fratellanza - Brotherhood, film danese del 2009 di Nicolo Donato; tu, magari, la prenderesti in giro, quella persona, sbattendole in faccia l’ovvietà della tua tranquillità domestica. Parliamo di un film che non teme di scuotere l’ideologia della comunità borghese al calduccio, ma indifferente, che mette in allarme chi pensa di essere al sicuro con un monito chiarissimo: là fuori c’è un nemico che è pronto a sputare sui tuoi diritti. Questa è la lettura, se si vuole moraleggiante, ma veniamo alla trama e al suo secondo grado, quello dell’amore che davvero non ti aspetti.

Lars è un giovane militare che non viene promosso a sergente maggiore perché colto a fare avances a dei sottoposti, fuori della caserma. La sua vita, che avrebbe dovuto seguire una strada lineare e prestabilita da una madre molto influente in campo politico, si interrompe quando viene a contatto, quasi per caso, con un gruppo di estremisti di destra.


La sceneggiatura è costruita, almeno per quanto concerne i neonazisti, sull’ideologia che giustifica l’agire violento, a cominciare da uno dei capi della setta, Michael, che, vedendo Lars per la prima volta, dice a proposito dei cittadini di origini non danesi: personalmente, io non ho nulla contro i musulmani, ma il fatto che siano qui è contro natura.

Il regista passa in rassegna le fasi di adescamento e iniziazione di nuovi adepti a clan estremisti, riassumibili in tre punti: frustrazione, affiliazione, rappresaglia. Per quanto Lars si dimostri quasi distaccato alla vita in genere, accetta di unirsi al gruppo di Michael perché non ha nulla da perdere. Tanto vale capire come funzionino i neonazisti. Proprio qui sta la chiave: l’indifferenza è strategica quando l’autocritica abbassa la guardia, indifferenza che non può non far rima con anarchia, perché, laddove ogni azione sia giustificata su base personale, il concetto di comunità perde le sue fondamenta.

Lars, sveglio e pronto a imparare, viene affiancato a Jimmy, navigato membro del gruppo, che lo guida alla formazione completa. Impara il regolamento, legge il Mein Kampf di Hitler e aiuta Jimmy nella costruzione di una nuova sede, motivo che li obbligherà a trascorrere molto tempo assieme.



Il film potrebbe sembrare spento per la mancanza di tonalità particolari, eppure risulta vincente proprio per l’asetticità che il regista intende trasmettere; poca musica, pochi colori, i neonazisti, si sa, vestono di nero, non c’è alcuna sfumatura nelle loro vite. O forse no? Nicolo Donato va oltre, toccando alcune corde delicatissime, persino in un contesto così violento. Siamo abituati a considerare i nazifascisti come le bestie della modernità, coloro che desiderano riportare in auge gli incubi razziali dei totalitarismi del ’900 e, di fatto, è così. Ma l’indagine del regista affonda in quella parte di storia che pochi conoscono: l’esaltazione malata del corpo maschile, l’apologia della forza bruta, la disciplina militaresca propagandate durante il nazismo diventano il contrappasso di un’ideologia sbagliata da sempre; è storia che l’omosessualità fosse presente anche nei ranghi più severi della gerarchia nazista e che venisse poi ostracizzata perché in chiaro contrasto con le convinzioni di eugenetica (maschile) e ‘preservazione della razza’ dalla fornicazione anormale degli omosessuali (sic). Niente di nuovo, insomma, se si pensa, ad esempio, a La caduta degli dei di Luchino Visconti e alle innumerevoli contraddizioni che l’assolutismo di un regime scatena come naturale sfogo a comportamenti repressi. E i sedicenti dèi dell’assurdità cadono quando si ritrovano a trascorrere un tempo tradotto in una lenta seduzione: sguardi travisati, fraintendimenti, osservazione dei propri corpi nudi, Lars e Jimmy sono soli in una casa vicino al mare, nulla potrebbe andare storto. Quando anche due neonazisti riescono ad amarsi, cascano le bugie cui si sono assuefatti e non c’è spazio per altro se non alle carezze, l’antitesi massima della loro ideologia animalesca.



A ben vedere, il film non è poi così provocatorio, quantomeno non lo sarebbe se si conoscesse un po’ meglio la storia. Possiamo dunque far finta di niente e negare come, ancora oggi, fanno i migliori detrattori dei genocidi o accettare l’annichilimento della personalità in tempo di guerra in tutte le sue sfumature, anche quelle dell’omosessualità tra nazifascisti. Il regista, ad ogni modo, denuncia un’altra realtà poco approfondita: la radicata azione neonazista nell’Europa del nord, tuttora in attività. Forse capiresti finalmente che la tua tranquillità domestica non è equiparabile a quella di un musulmano, di un omosessuale o di una donna e che l’indifferenza è la vera bestia.

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