Throwback Review: Folklore di Taylor Swift, l'album sorpresa del 2020

Nonostante negli anni sia riuscita a guadagnarsi una quantità non indifferente di hater, bisogna ammettere che Taylor Swift è una delle popstar più intelligenti e produttive della nostra generazione. Con i suoi due album gemelli, Folklore ed Evermore, la cantautrice ha dominato la scena musicale mainstream del 2020, presentando una nuova versione di sé stessa al mondo e ricordando che, quando vuole, riesce ad andare ben oltre i dissing e le classiche pop song da classifica.


Oggi vogliamo rispolverare e analizzare a posteriori i suoi due ultimi album, per celebrare questo progetto musicale tanto inatteso quanto sorprendente.



È una tranquilla giornata di fine luglio sul web quando Taylor Swift, con una semplice nota, annuncia che l’indomani sarebbe uscito il suo ottavo album intitolato “folklore”, scatenando un pandemonio mediatico che pochi artisti hanno il potere di mettere in atto. Seppur il suo lavoro precedente, “Lover”, lasci un po’ a desiderare, il preludio di questa nuova era delinea immediatamente un’atmosfera rivoluzionaria nella carriera di Taylor, partendo dall’aesthetic cottagecore (così definita dai suoi fan) per poi proseguire con collaborazioni in remoto alquanto interessanti: Aaron Dessner, membro dei The National, si è occupato della produzione, assieme all’ormai familiare Jack Antonoff, e nella traccia “exile” troviamo una collaborazione con Bon Iver, nome ormai più che noto nella scena indie-folk. In “folklore” il pop si fa da parte, lasciando spazio a un sound più maturo e meno costruito. Se i synth e i ritmi serrati erano la base delle ultime canzoni di Taylor, adesso ci troviamo davanti a un ritorno alle origini, in cui un soave piano diventa protagonista assieme alla chitarra acustica (in vesti più mature rispetto agli esordi country dell’artista), mentre dolci archi conferiscono all’album una personalità mite ma incisiva.


“Cardigan” è il primo singolo scelto da Taylor, pubblicato con annesso video musicale. La voce dell’artista è bassa, ariosa, quasi sognante, su un deciso quanto delicato piano che scandisce tempo e melodia. Nonostante la forte produzione, grazie ai toni bassi e misteriosi e all'interpretazione che trasmette una grande fragilità, la canzone riesce a rimandare alla prima Tori Amos e alla migliore Lana Del Rey (“Ultraviolence”). “Exile” è un'altra traccia di spicco del progetto, soprattutto per la collaborazione con Bon Iver, che caratterizza fortemente la prima metà della canzone con la sua voce graffiante e cupa, accostata ad un piano quasi minimalista. Taylor inizia la seconda strofa con una voce più dolce, contrastando la durezza del tono di Vernon, ma la traccia arriva al suo picco solo verso la metà, con un cambio di chiave e di tonalità che dona al brano una nuova apertura. “So step right out” canta Vernon, in un registro più alto e pulito rispetto all’inizio, per poi continuare in un canone con Taylor. In questi passaggi i cantati si rispondono a vicenda, descrivendo il declino di un amore potente e intenso. Nonostante l'anima folk del lavoro, il comparto musicale lascia spazio anche all'elettronica, sempre funzionale al trasporto emotivo e mai invasiva. In “epiphany”, traccia che Taylor ha dedicato al nonno morto in guerra, vengono usati synth delicati ed eterei, che danno vita ad una ninna nanna struggente; “my tears ricochet” esordisce con una serie di armonie vocali e un tocco di vocoder, che preparano l’ascoltatore all’atmosfera intensa della canzone, basata soprattutto sugli archi ed un leggerissimo tocco elettronico; anche “peace”, traccia prodotta da Bon Iver, è caratterizzata da un dolce e costante synth che sostiene tutto il brano, dimostrando il gusto negli arrangiamenti di un'artista in piena crescita.



Se musicalmente Taylor Swift ha deciso di fare un cambiamento inaspettato, liricamente ha mantenuto la sua nota capacità di raccontare storie, sia sue che di terzi. Lo vediamo in “the last great american dinasty” dove parla della filantropa americana, nonché ex proprietaria della sua attuale casa, Rebekah Harkness, personaggio spesso visto di cattivo occhio. Le canzoni “cardigan”, “august” e “betty” sono scaglioni della stessa e tragica storia, che racconta di un triangolo amoroso dal quale nessun personaggio uscirà indenne, chiamato da Taylor “Teenage Love Triangle”. In “illicit affairs” la cantante tocca invece il tema dell’infedeltà dal punto di vista dell’amante, dimostrando una rinnovata empatia rispetto alla traccia “Should’ve Said No” rilasciata durante i suoi esordi.


Dai temi più maturi al sound più coeso, Taylor non ha voluto ripetersi in nessun modo con "folklore". Nonostante l’album presenti alcune incertezze con canzoni come “seven”, che pecca un po' di personalità, o “hoax”, che risulta poco incisiva come traccia di chiusura, la proposta musicale è coesa e caratterizzata da produzioni spesso impeccabili. Con questo album Taylor conferma di essere un’artista in costante evoluzione, tornando a dimostrare le sue ottime capacità di storytelling.

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