THROWBACK REVIEW: il melodramma per pianoforte e discoteca di Lorde

Torna dopo quattro lunghi anni di attesa la promessa del cantautorato elettropop neozelandese Lorde, al secolo Ella Marija Lani Yelich-O’Connor. Il nuovo disco della cantautrice, definita da David Bowie il futuro della musica, si intitola Melodrama. Non poteva essere scelto titolo migliore per presentare il nuovo volto dell’artista, diventata famosa a soli sedici anni con la hit Royals, che ha preceduto il suo primo disco, Pure Heroine. Infatti il tempo passa e oggi Lorde ha vent’anni e ha scoperto che il mondo intorno a lei non è netto come le sembrava prima. La sedicenne innamorata che snobbava le feste e preferiva i campi da tennis si è trasformata in una donna che deve affrontare la sua prima vera crisi, cioè la fine di un amore importante, una di quelle che ti distrugge e ti fa sentire solo e sconfortato. È così che nel singolo di apertura, la coinvolgente hit Green Light, Lorde si immerge nella festa, probabilmente in mezzo a quei White Teeth Teens da cui si era tanto discostata in precedenza. Lo fa da ubriaca, cercando di consolarsi e non riuscendoci; quello che ne esce fuori è uno dei pezzi pop migliori di quest’anno, ballabile, orecchiabile, coinvolgente, permeato da un inquietudine di fondo che lo rende un piccolo capolavoro.



Rispetto al disco d’esordio la cantautrice si dimostra più vicina di prima alle logiche che ruotano intorno ad un lavoro mainstream. Ad esempio, a differenza di quanto accadeva in Pure Heroine, le ballad si fanno notare maggiormente come tali e rappresentano momenti di stacco. A tal proposito vanno citati pezzi come Writer in the Dark, una downtempo spoglia, priva dei synth elettronici che caratterizzano il resto del disco, come raramente ne avevamo sentite dalla neozelandese. In Supercut, poi, Lorde tocca per la prima volta da vicino la dance, seppur mantenendo l’originalità compositiva che la contraddistingue. Tra i beat incalzanti del ritornello e la pacatezza del bridge e della parte strumentale in coda, la cantautrice si ferma a ripensare a tutti i momenti più belli della sua storia appena finita. In Liability, invece, dimostra magistralmente di saper scrivere una ballad a cuore aperto senza risultare stucchevole. È qui che viene fuori ancora una volta la personalità forte e incredibilmente matura che ha sempre dimostrato nelle sue canzoni: nonostante la solitudine, il dolore e la giovane età, Lorde sa che l’unico modo di superare una crisi è amare in primo luogo se stessi ed essere forti. Riferendosi a se stessa dice: she’s so hard to please/but she’s a forest fire, sottolineando il forte rispetto che, nonostante le lacrime versate, prova per se stessa. Troviamo toni decisamente più dark in The Louvre, divisa tra momenti di riflessione e un ritornello oscuro in cui la voce dell’artista sovrasta misteriosa e “stregonesca” cori che rimandano al disco precedente.



La produzione eccellente di questo lavoro è di Jack Antonoff, alias Bleachers, reduce dall’esperienza di successo mondiale con i Fun. Lo stile di composizione altalenante e minimale di Lorde si fonde alla perfezione col suo gusto per gli arrangiamenti ariosi e solari: ne viene fuori un misto agrodolce che porta la cantautrice ad avvicinarsi al mondo del pop senza sacrificare la sua particolarità. Esempio lampante di questo mix riuscito è Sober, uno dei pezzi più originali di Melodrama, in cui la ritmica gioca un ruolo fondamentale. Il disco giunge al suo finale con Perfect Places, brano che spicca per un ritornello “corale” ed evocativo che rimane subito in testa. La canzone è collegata direttamente al pezzo che apre il lavoro, Green Light.


Lorde soffre ancora, tenta di dimenticare bevendo, cerca di raggiungere, almeno con la testa, i “luoghi perfetti” in cui vorrebbe trovarsi, ma tutto finisce con una considerazione amara: probabilmente i luoghi perfetti, le situazioni in cui vorremmo essere, i sentimenti che vorremmo provare, non sappiamo nemmeno bene cosa siano.

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